La moneta nelle elargizioni pubbliche e private tra IV e VI secolo d.C. morepublished in M. David (ed.), Eburnea diptycha. I dittici d'avorio tra antichità e medioevo, Bari 2007, pp. 267-295. |
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ANNA LINA MORELLI
LA MONETA NELLE ELARGIZIONI PUBBLICHE E PRIVATE TRA IV E VI SECOLO D.C.
Donare monete Nel mondo antico, in cui la comunicazione era affidata a pochi sistemi capaci di agire su vasta scala, la moneta rivestiva naturalmente grande importanza. La sua emissione e circolazione erano rigidamente controllate dalla autorità costituita, perciò essa trasmetteva messaggi ufficiali, autorizzati dal potere. In epoca imperiale la simbologia di cui si avvaleva il linguaggio monetale evidenzia innanzi tutto una forte personalizzazione del potere che si esprimeva attraverso un duplice livello, riflesso con estrema chiarezza dalla due facce della moneta: il livello più strettamente individuale, coincidente con il dritto, in cui il ritratto, unito alla leggenda, identificava precisamente il detentore del potere, e il livello, per così dire, più istituzionale, coincidente con il rovescio, in cui si esprimevano prerogative o caratteristiche legate al ruolo 1. Questo complesso e articolato sistema di comunicazione evidenzia, nei secoli, profondi cambiamenti, che riflettono l’evoluzione ideologica e quindi il linguaggio simbolico attraverso cui si esprime il potere. La funzione celebrativa era dunque uno degli aspetti preponderanti della moneta antica poiché in essa la valenza simbolica, espressa attraverso i tipi e le leggende, veniva rafforzata dalla componente del potere economico, manifestazione della autorità di chi la emetteva, ma anche del potere di chi la possedeva e la utilizzava. In epoca romana imperiale il mezzo monetale offriva la possibilità di effettuare una comunicazione, per così dire, “mirata”, che si esplicava a diversi livelli, at* Desidero ringraziare Valerio Neri per i suoi preziosi suggerimenti nel corso della stesura di questo lavoro. 1 E.A. Arslan, Simbolo del potere. Potere del simbolo. Appunti per l’analisi di una strategia della comunicazione da Augusto imperatore agli Ottoni, «NAC», 32 (2003), 337-363 (339).
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traverso differenti modalità; la moneta, infatti, oltre che come mezzo di scambio, svolgeva una precisa funzione come oggetto di rappresentanza, assumendo valenze diversificate, ma che conferivano, in ogni caso, prestigio al donatore. In questa prospettiva essa era innanzi tutto utilizzata dall’imperatore a favore di precise categorie di beneficiari, dalle più alte cariche dello Stato ai soldati o al popolo, ma era oggetto di distribuzioni anche da parte di privati, ad esempio dei magistrati in occasione delle loro nomine ai più alti livelli della carriera. Infatti, secondo un’usanza che in un primo tempo riguardava esclusivamente i consoli, ma che in seguito si estese pure alle magistrature minori, il neo eletto destinava ricchi doni, oltre che ad amici e conoscenti, anche alle personalità politiche più in vista. Si evidenziano così due piani di utilizzo della moneta come mezzo di acquisizione del consenso ed anche come segno di potere: da un lato quello dell’imperatore, che ne disponeva in senso assoluto, controllando cioè anche l’ideologia che essa trasmetteva, e dall’altro quello degli esponenti delle maggiori cariche dello Stato, in cui risultava prevalente l’aspetto di affermazione del prestigio personale e gentilizio. La produzione monetale comprendeva sia emissioni regolari, rispondenti alle necessità della circolazione, in cui tipi e leggende riflettevano temi propagandistici ricorrenti, ma anche eventi specifici (vittorie, adlocutiones, adventus ecc.), sia coniazioni straordinarie effettuate in corrispondenza di celebrazioni per determinati avvenimenti (per esempio gli anniversari); in ogni caso gli atti di liberalità dell’imperatore, connessi con la distribuzione di monete, esprimevano un preciso aspetto del suo potere, quello economico, per cui la sua generosità era ad un tempo manifestazione di benevolenza, finalizzata in primis all’ottenimento della fedeltà dei beneficiari, ma anche di benessere dello Stato. Le distribuzioni effettuate da parte di magistrati, unite alle spese assai gravose che essi dovevano sostenere, come quelle per l’allestimento dei giochi, erano innanzi tutto dettate dalla necessità di costituire un’ampia base di consenso, utile alla progressione nella carriera, o di affermare la legittimità del proprio ruolo e del proprio potere personale. I due livelli risultavano, ovviamente, in stretta relazione: i privati che elargivano erano al contempo beneficiari privilegiati, legati all’entourage della corte, e questa reciprocità era garanzia di sopravvivenza per entrambi, poiché dalla coesione dell’intero assetto sociale dipendeva la saldezza e la continuità dell’istituzione imperiale. Elargizioni imperiali: donativum militi, congiarium plebi La munificenza, sia imperiale che privata, era genericamente designata come liberalitas o largitio, ma, sebbene si faccia ricorso soprattutto a quest’ultimo termine a proposito di doni sotto forma di denaro o di oggetti di valore, tuttavia nelle fonti si utilizzano anche termini più specifici, quali congiarium, donativum, sparsio, sportula, per indicare differenti distribuzioni, tutte comunque caratterizzate dall’uso di moneta, corrente o straordinaria, in quantità variabile, proporzio-
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nale al rango dei beneficiari o a meriti specifici, talvolta associata ad altri doni e riconoscimenti 2. Il congiarium 3, che per l’età imperiale ci è noto attraverso immagini monetali, fonti letterarie ed epigrafiche, rappresentava sostanzialmente una distribuzione di denaro destinata al popolo, effettuata da parte dell’imperatore in primis, in occasione della assunzione di una cariche 4; per questo tipo di elargizione le fonti letterarie pongono l’accento sia sull’aspetto privato della provenienza del denaro necessario, sottolineando che essa veniva effettuata a spese proprie, ma a nome dello Stato 5, che sulla specificità dei destinatari, cioè il popolo 6. Le distribuzioni di congiaria imperiali non erano fissate rigidamente, ma comunque ricorrevano in occasioni specifiche, quali la salita al potere, o in concomitanza con avvenimenti come l’adventus o i vota publica oppure in relazione alla assunzione di cariche particolarmente significative, innanzi tutto il consolato, ma anche l’adozione o la associazione al potere, come pure in corrispondenza di eventi interni alla famiglia imperiale, quali matrimoni, nascite o morti. L’uso del termine congiarium in età imperiale trova documentazione nelle leggende che accompagnano precisi tipi monetali a partire da Nerone e fino all’età di Adriano, dopo di che le distribuzioni imperiali vengono indicate piuttosto con il termine di liberalitas; dal IV secolo nelle monete e, soprattutto, nei medaglioni di bronzo celebrativi, diventa però più comune l’uso del termine largitio che, nel suo significato più generico, può essere riferita sia al popolo che ai soldati, mentre nelle fonti letterarie si osserva ancora l’uso della parola congiarium a proposito della distribuzione effettuata in occasione dell’ingresso a Roma di Teodosio e di suo figlio Onorio dopo la vittoria su Massimo nel 389 d.C. 7.
2 R. Delmaire, Largesses sacrées et res privata: l’aerarium impérial et son administration du IVe au VIe siècle, Rome 1989, 531-533; G. L. Gregori, Tra numismatica ed epigrafia: a proposito di congiarium, liberalitas, largitio e munificentia sulle monete e nelle iscrizioni, «Scienze dell’antichità. Storia archeologica antropologica», 11 (2001-2003), 343-351. 3 L’etimologia del termine si connette a congius, misura di capacità per liquidi, originariamente legata alle distribuzioni di olio o di vino al popolo, poi sostituite da denaro. Isidoro di Siviglia nell’Etymologiae, scritto tra la seconda metà del VI e l’inizio del VII secolo, ne dà una definizione precisa: «Congiarium autem specialiter mensura est liquidorum, cuius unde [et] postea pecunia beneficii gratia dari coepta congiarium appellatum est: unusquisque enim sui temporis imperator favorem populi captans adiciebat, ut largior videtur in donis» (XVI, 26, 7-8). 4 Quint., Inst. Or., VI, 3, 52; G. Spinola, Il congiarium in età imperiale. Aspetti iconografici e topografici, «RdA», Supplementi 6 (1990), 7. Cfr. S. Pennestrì, Distribuzioni di denaro e viveri su monete e medaglioni di età imperiali: i protagonisti, gli scenari, «MEFRA», 101, 1 (1989), 289-315. 5 Ad esempio, a proposito della distribuzione effettuata da Antonino Pio dopo la sua adozione da parte di Adriano, si specifica che la somma fu prelevata dal suo patrimonio personale (SHA, Ant. Pius, 4, 9-10); Spinola, Il congiarium, 7; P. Bastien, Monnaie et donativa au bas Empire, Wetteren 1988, 7. 6 Tac., Ann., XII, 41: «[…] additum nomine eius donativum militi, congiarium plebi». 7 Per l’uso del termine congiarium in ambito monetale si veda, a titolo di esempio, RIC I, 162, n. 161, tav, 19 (Nerone); RIC II, 86, n. 606 (Vespasiano); 227, n. 56, tav. 7, 122 (Nerva); 278, n. 69,
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Le attestazioni di congiaria nelle fonti sono numerose 8, ma spesso risultano generiche oppure, quando contengono indicazioni precise, esprimono somme estremamente variabili e spesso difficili da contestualizzare nel quadro economico e politico dei diversi periodi; ad esempio, in riferimento al I secolo d.C., ricorre in alcuni casi l’indicazione della somma di 300 sesterzi a ciascuno, mentre per Commodo si menziona un congiarium di 725 denari a testa e di 100 con Pertinace 9; inoltre, a partire dal III secolo l’esplicitazione del valore in termini monetari compare più frequentemente in riferimento alle distribuzioni destinate ai soldati, solitamente definite con il termine di donativa, che costituiscono probabilmente la forma più tipica della largitio imperiale. Il dato che sembra emergere con maggiore chiarezza, accanto ad una evidente modificazione della entità delle somme dei congiaria nel tempo, è quello di una progressiva perdita della regolamentazione iniziale, infatti, se nell’alto impero, e fino a Costantino, le distribuzioni appaiono effettuate rigorosamente sia in relazione agli aventi diritto che alla quantità spettante a ciascuno 10, dalla fine del IV secolo sono piuttosto attestati doni consistenti riservati a cerchie ristrette di beneficiari, accanto a donativa di varia entità destinati ai militari, mentre per la massa del popolo erano previste soltanto sparsiones, cioè distribuzioni assolutamente aleatorie, malgrado le cifre enormi destinate a questo scopo 11. I donativa rappresentavano dunque le elargizioni di monete o di metallo prezioso, legate in particolare all’elemento militare, sia in favore dei soldati che dei loro ufficiali; essi sono noti già per l’età repubblicana, sono ampiamente attestati in età imperiale, inizialmente in relazione a specifici avvenimenti bellici, ma trovano particolare affermazione soprattutto in epoca tarda. Le indicazioni relative all’ammontare dei donativa, quando presenti nelle fonti, riferiscono di somme notevoli 12 che per il periodo alto-imperiale sono espresse in sesterzi, in denari e antav. 10, 177 (Traiano). Per la menzione di liberalitas sulle monete, il cui uso cessa dopo l’emissione di Ticinum del 316-7 (RIC VII, Ticinum, n. 73), si veda, ad esempio, RIC II, 425, nn. 648-649 (Adriano). Per il congiarium riferito a Teodosio, attestato dalle fonti letterarie, cfr. Fasti Hydatiani, an. 389. Per l’utilizzo del termine largitio si vedano, ad esempio, i medaglioni di Magnenzio (cfr. F. Gnecchi, I medaglioni romani, II, Milano 1912, 147 n. 10). 8 Solo per citare qualche esempio: Suet., Tiber. 54, 1; Nero 7, 2; SHA, Ant. Pius, 8, 1; M. Aurel. Anton. 22, 12 e 27, 8; Alex. Sev. 57, 6. 9 Suet., Tiber., 20, 1; Calig., 17, 2; Domit., 4, 5; SHA, M. Aurel. Anton., 16, 8; SHA, Hel. Pertinax, 15, 7. 10 Ad esempio, nella scena rappresentata sull’arco di Costantino si osservano gli ufficiali che leggono la lista dei beneficiari i quali, in buon ordine, ricevono il denaro distribuito secondo tavolette con 6 o con 12 alveoli. 11 Delmaire, Largesses sacrées, 572ss. 12 Augusto, per disposizione testamentaria, elargì un donativo di 250 denari per ciascun pretoriano, di 125 per ciascun soldato delle coorti urbane e di 65 per ciascun soldato delle legioni: Tac., Ann., I, 8; Suet., Aug., 101, 3; Dio Cass. LVI, 32, 2. Caligola raddoppiò le cifre (Dio Cass. LIX, 2)
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che in aurei, sebbene non si precisi in quale moneta fossero in realtà distribuite 13. Sembra comunque chiaro che queste elargizioni non avessero un valore prestabilito, ma dipendessero dalle circostanze per le quali venivano effettuate e dalle disponibilità delle casse dello Stato 14; è assai probabile, dunque, che, accanto all’oro, venissero distribuite anche monete in argento e, più tardi, in mistura per coprire, almeno parzialmente, la somma promessa. La crisi economica del III secolo, che determinò una notevole diminuzione del potere d’acquisto dello stipendium dei soldati, unita all’importanza crescente dell’esercito nella difesa e nella stabilità dell’impero, impose l’uso di riconoscimenti sempre più frequenti nei confronti dei militari e aumentò il ruolo dei donativa che in epoca tarda andarono moltiplicandosi, scanditi ad intervalli di tempo regolari; dalle fonti emerge, per esempio, l’ampiezza delle distribuzioni ai soldati effettuate da Gallieno, Aureliano e Probo e, ancora, elargizioni da parte di Massimiano alle truppe sono menzionate dopo lo scontro con Costantino nel 309 d.C., inoltre l’Editto di Diocleziano, sottolineando la necessità di colpire gli speculatori che spogliano i militari del proprio stipendio e dei donativi ricevuti, riflette la consuetudine di questo riconoscimento economico all’esercito 15. Nel corso del tempo anche l’uso dei donativa si modifica: dopo l’età costantiniana, la periodicità e la regolarità nel pagamento dello stipendium diventano sempre più aleatorie, per cui dalla fine del IV secolo risulta difficile attribuire precisamente la distribuzione di somme allo stipendium, a pagamenti annonari o ai donativa. Del resto, in epoca tarda la stessa produzione monetale non era continua, né di consistenza omogenea, ma dipendeva dalle necessità contingenti ed era condizionata dalla disponibilità di metallo; alcune occasioni prevedevano comunque, inevitabilmente, la realizzazione di emissioni monetali e tra queste vi era innanzi tutto l’inizio di un nuovo regno 16.
e Claudio rinnovò il riconoscimento ad ogni anno in occasione dell’anniversario della salita al trono (Dio Cass. LX, 12; Suet., Claud., 10, 8). Marco Aurelio e Lucio Vero offrirono 12.000 sesterzi (corrispondenti a 3.000 denari) ai pretoriani e somme maggiori ai loro ufficiali (Dio Cass. LXXIV, 8), successivamente anche Commodo, Settimio Severo, Caracalla, Geta e, ancora, Gordiano I e Pupieno mostrarono generosità nei confronti delle truppe, in particolare in occasione della loro salita al potere, come una sorta di riconoscimento e ricompensa nei confronti dell’esercito per l’appoggio ottenuto (Bastien, Monnaie et donativa, 11ss.). 13 Le cifre indicate esprimono però quasi sempre multipli di 25 o di 100 che suggeriscono la corrispondenza, rispettivamente, della moneta argentea e di quella bronzea con l’aureo. 14 Ad esempio con Claudio nell’anniversario del dies imperii furono distribuiti 25 denari a testa, ossia 1 aureo (Dio Cass., LX, 12, 4), mentre per i decennali di Settimio Severo la elargizione fu di 10 aurei (Bastien, Monnaie et donativa, 16). 15 SHA, Gall., 15, 2; SHA, Aurel., 9, 7; SHA, Probus, 4, 5 ; Lact., De Mort. Pers., XXIX, 5. M. Giacchero, Edictum Diocletiani et Collegarum de pretiis rerum venalium, I, Genova 1974, 136; Delmaire, Largesses sacrées, 535- 539 e 546-547. 16 Const. Porphyr. De Caerim., 1, 91. È degna di nota la promessa di un donativo di 5 solidi e una libbra d’argento da parte di Giuliano in occasione della sua proclamazione ad Augusto, che risulta
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Poche informazioni sulla consistenza delle somme ci giungono per l’inizio del V secolo 17, tuttavia l’uso delle distribuzioni alle milizie è documentato anche successivamente, sia nell’impero bizantino che nei regni barbarici in Occidente 18. Anche per l’epoca tarda risulta difficile stabilire con quali monete venissero effettuati i donativi: come nei primi secoli l’indicazione di aurei, denari o sesterzi non comportava necessariamente che il donativo fosse costituito da quegli specifici nominali, così durante il basso impero il termine generico di nummi poteva riferirsi a moneta d’oro, d’argento o di bronzo. È tuttavia verosimile che l’oro avesse il ruolo principale nelle elargizioni legate ai momenti più importanti, quali la salita al potere o gli anniversari imperiali, come confermano le numerose emissioni auree connesse con queste occasioni e le imposte speciali deliberate per far fronte alle distribuzioni 19, mentre è assai probabile che per i donativi meno significativi, destinati alle truppe, non fosse necessariamente utilizzato l’oro e che antoniessere anche l’ultimo donativo valutato a noi noto per l’Occidente (Amm., XX, 4, 17-18). In questa testimonianza appare interessante l’indicazione dell’utilizzo, accanto al metallo monetato, di lingotti d’argento, che risultano documentati anche da rinvenimenti (cfr. i dischi d’argento del Museo di Leida, e i lingotti, pure d’argento, da ritrovamenti di Emona e Cesaraugusta, citati in Bastien, Monnaie et donativa,, 20 e 21, tav. I/1-4). Per Giuliano sono noti altri due donativi distribuiti in occasione della campagna d’Oriente: con il primo furono destinati ad ogni soldato 130 pezzi d’argento (Zos., III, 13, 3), verosimilmente silique, mentre per il secondo le fonti concordano nell’indicare 100 pezzi d’argento a testa (Amm., XIV, 3, 3; Zos., III, 18, 6). A questo proposito Bastien (Monnaie et donativa, 21 e 35-36) riferisce il pensiero del Mazzarino (S. Mazzarino, Trattato di Storia Romana, II, L’impero romano, Roma 1956, 467-468) che interpreta i donativi in argento di Giuliano come un preciso segno di costumi più morigerati, in contrasto con l’eccessiva prodigalità di elargizioni auree del periodo precedente, ma in realtà, come osserva giustamente Bastien, considerando i cambiamenti di rapporto tra argento e oro, anche questi donativi non sarebbero di molto inferiori al valore di 10 solidi (all’epoca di Costantino 1 solido equivalente a 24 silique al taglio teorico di 1/144 di libbra). 17 Si può ricordare, in proposito, l’allusione al bisogno d’argento da parte di Teodosio I per le distribuzioni all’esercito da effettuare in occasione dei suoi decennalia e dei quinquennalia di Arcadio (Liban., Or. XXXII, 4); Delmaire (Largesses sacrées, 552), citando Zaccaria e Procopio, riporta, in riferimento al V secolo, la cifra di 5 solidi, distribuita per gli anniversari quinquennali, corrispondente alla metà di quella elargita per la salita al potere, ma sottolinea anche la irregolarità di questi riconoscimenti, che prelude alla loro soppressione con Giustiniano. 18 L’ammontare del donativo a 5 solidi e 1 libbra d’argento sembra mantenersi fisso in Oriente nel corso del V e nei primi decenni del VI secolo, come attestano le fonti per la accessione di Leone I nel 457, di Leone II nel 473, di Anastasio nel 491 e di Giustino nel 518 (Const. Porphir. De Caerim. I, 91-94). Il valore viene probabilmente aumentato più tardi, con Tiberio II, anche se la menzione nella fonte (Giovanni di Efeso, Hist. Eccl., III, 3, 11) di un donativo di nove solidi può essere interpretata come l’ammontare totale, quindi si potrebbe ritenere convertita in oro anche la parte precedentemente elargita in argento, considerando per l’epoca una corrispondenza di 4 solidi (anziché 5) per 1 libbra d’argento, oppure si può pensare che venga volutamente citato solo l’aumento della parte aurea della distribuzione, senza menzione della libbra d’argento che evidentemente rimaneva invariata (cfr. Delmaire, Largesses sacrées, 551 e nota 51; Bastien, Monnaie et donativa, 23; J. Durliat, La valeur relative de l’or, de l’argent et du cuivre dans l’empire proto-byzantin (IV-VIII siècle), «RN» 22 [1980], 138-154 [144-145]). Per quanto riguarda il regno ostrogoto, Cassiodoro riferisce che Teoderico mantenne l’uso dei donativi per il suo esercito (Cassiod., Var., IV, 14, 2; V, 26 e 36, 2; VII, 42, 3), è qui solo il caso di ricordare i ricchi doni (abiti, argenteria, gioielli) e le somme enormi in oro e argento versate ai comandanti, agli ambasciatori e ai sovrani barbari federati dell’Impe-
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niani prima e silique poi abbiano avuto un ruolo importante nelle elargizioni, così come i folles. Bastien nella sua analisi sui donativa nel tardo impero, sviluppata attraverso il confronto tra le fonti letterarie e la produzione monetale, ha ben evidenziato lo stretto rapporto esistente tra emissioni di multipli aurei e distribuzioni di donativi in occasione della celebrazione dei vota, inoltre ha sottolineato come alcune distribuzioni dovessero essere fissate secondo cadenze prestabilite, andando a costituire a tutti gli effetti una parte cospicua del compenso spettante ai militari, e come altre fossero invece legate ad eventi specifici 20. Gli anniversari imperiali, a cadenza quinquennale, la cui celebrazione scompare soltanto con Giustiniano, erano certamente l’occasione di elargizioni, tuttavia l’ingente produzione monetale recante l’indicazione dei Vota, seguita da un numerale o da un più generico Mult(is), non deve necessariamente essere messa in relazione con distribuzioni legate a ricorrenze specifiche, poiché il tipo rappresentava comunque uno dei temi centrali della ideologia che faceva leva sul motivo della continuità del potere imperiale 21. L’elenco dei congiaria, desunto dalle fonti letterarie e supportato dalla documentazione numismatica, così come quello dei donativa 22, porta, in ogni caso, a calro d’Oriente nel corso del VI secolo (cfr. Delmaire, Largesses sacrées, 540-544, con minuziosa analisi delle fonti e bibliografia ricca). 19 A questo proposito si può ricordare l’aurum oblaticium, cioè una tassa sotto forma di dono versato dai senatori, ma anche dai decurioni, all’imperatore, riportato, ad esempio, da Cassio Dione (LXXVIII, 9, 1-3) e da Simmaco (Ep. II, 57, 2-3; Rel. XIII, 1-3), poi ricordato nel Codex Theodosianus (VI, 2, 16 e VI, 2, 20) e ancora attestato nel VI secolo in occasione della salita al potere di Tiberio II (Cfr. Delmaire, Largesses sacrées, 404 e nota 68) e l’aurum coronarium, imposta, sotto forma di corone d’oro, a cui erano tenute le città in occasione della proclamazione dell’imperatore, degli anniversari o delle vittorie, anch’essa ben sottolineata nel Codice teodosiano (XII, 13, 1-6); C.E. King, The sacrae largitiones. Revenues, expenditure and the production of coin, in Imperial revenue, expenditure and monetary policy in the fourth century A.D. The Fifth Oxford Symposium on Coinage and Monetary History, BAR (1980), 141-173 (146-148); Delmaire, Largesses sacrées, 388ss. 20 Dal quadro degli avvenimenti a cui si connettono le elargizioni all’esercito in epoca tarda (Bastien, Monnaie et donativa, 24-26; Delmaire, Largesses sacrées, 546-555) si evince che le occasioni fisse e regolari per i donativa erano il dies imperii e le sue ricorrenze annuali e quinquennali, il dies natalis dell’imperatore e i suoi consolati, oltre alle calende di gennaio che aprivano i festeggiamenti per il nuovo anno e all’anniversario della fondazione di Roma e di Costantinopoli, mentre tra le circostanze non prefissate vi erano certamente avvenimenti militari (prima di una battaglia o dopo una vittoria) o eventi legati alla famiglia imperiale (matrimoni, assunzione della toga virile o associazione al potere). Altre occasioni, talvolta non espressamente citate nelle fonti letterarie, ma documentate da specifiche emissioni, quali l’adventus, o la celebrazione dei vota publica, dovevano prevedere, oltre ai congiaria, anche dei donativa, considerando che il passaggio dell’imperatore in una città richiedeva lo spiegamento dell’esercito e che i vota pronunciati in occasione del processus consularis erano connessi con tutta una serie di celebrazioni che aprivano il nuovo anno, tra cui il giuramento di fedeltà da parte dei militari. Per un’analisi dell’aspetto politico di questi festeggiamenti si veda l’ampio studio di Arnaldo Marcone, L’allestimento dei giochi annuali a Roma nel IV secolo d.C.: aspetti economici e ideologici, «ASNP», 11 (1981), 107-122. 21 Un’ampia esemplificazione delle emissioni monetali connesse agli anniversari imperiali è in Delmaire, Largesses sacrées, 579ss. 22 Spinola, Il congiarium, 11-14; Bastien, Monnaie et donativa, 53-117.
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coli di somme assai ingenti per cui è lecito chiedersi se, oltre che annunciate, queste somme venissero effettivamente deliberate e successivamente distribuite 23; una analisi specifica della questione richiederebbe, in ogni caso, la verifica ed il calcolo della massa dei destinatari, tenendo conto di abusi, estensioni o riduzioni degli aventi diritto, certamente assai complesso, a cui si deve aggiungere la difficoltà di verificare su quali fondi, pubblici o privati, esse gravassero nei diversi periodi 24.
Elargizioni private Tra le distribuzioni di moneta va ricordata anche la consuetudine delle sportulae, termine con cui si identifica, in realtà, un’ampia serie di doni 25, elargiti da
23 Sulla base del rinvenimento effettuato in Corsica di una somma formata da multipli aurei e solidi, forse interpretabile come una elargizione per un ufficiale in occasione dell’accessione di Claudio II, si può calcolare che il dono corrispondesse a circa 100 grammi d’oro (P. Bastien, Les multiples d’or de l’avènement de Dioclétien à la mort de Constantin, «RN», 14 [1972], 49-82, 61, n. 3; H. Huvelin, J. Lafaurie, Trésor d’un navire romain trouvé en Méditerranée, «RN», 22 [1980], 75-105; Bastien, Monnaie et donativa, 31 e 56). Altri tesori come quello di Beaurains (P. Bastien, C. Metzger, Le trésor de Beaurains (dit d’Arras), Wetteren 1977), in cui pure sono presenti multipli aurei, o quello di San Genesio (O. Ulrich Bansa, S. Genesio (Pavia). Ripostiglio di monete d’argento del IV secolo d.C., «NSA», 8 [1954], 166-184; M. Chiaravalle, S. Genesio (PV), in Ripostigli monetali in Italia - Schede anagrafiche, Milano 1989; G.G. Belloni, Ideologia e stile dei medaglioni del tardo impero. I medaglioni di S. Genesio, in Felix Temporis Reparatio, atti del convegno archeologico internazionale [Milano, 1990], a cura di G. Sena Chiesa, E. A. Arlan, Milano 1992, 65-71), che comprende multipli argentei, consentono di formulare qualche ipotesi sul valore di queste elargizioni per le diverse gerarchie militari, sebbene Delmaire (Largesses sacrées, 561) osservi giustamente come non vi siano prove certe che questi tesori non costituiscano accumuli di ricchezze di altro genere. Calcoli effettuati da Hendy (M.F. Hendy, Studies in the Byzantine Monetary Economy. c. 300-1450, Cambridge 1985, 176178), relativamente ai soldati dell’esercito e della marina di Diocleziano, con esclusione degli ufficiali, porterebbero ad un ammontare di 4.350.000 aurei per il donativo di accessione (Bastien, Monnaie et donativa, 36-37). 24 L.A. Garcia Moreno, Una nota sobre la organización de las sacrae largitiones. Comes/comites thesaurorum, «CFC», 11 (1976), pp.469-480; Delmaire, Largesses sacrées, 531; E. Lo Cascio, Registri dei beneficiari e modalità delle distribuzioni nella Roma tardoantica, in La memoire perdue: recherches sur l’administration romaine, Rome 1998, 365-385. Delmaire, in particolare, chiarisce che rientravano nelle competenze del Comes Sacrarun Largitionum le distribuzioni che costituivano doni tradizionali quali i congiaria e i donativa, mentre risulta assai più difficile inquadrare le elargizioni derivate dalla Res privata, poiché, esse sfuggivano ad una regolamentazione codificata. 25 Con il termine di sportula si indicavano, fin dai tempi delle repubblica, gli alimenti corrispondenti ad un pasto, offerti dal patronus ai clientes con la salutatio (Iuv. Sat. I, 95; 118; 128; Apul. Met., 1, 25), poi sostituiti, a partire dall’epoca di Nerone, con una somma di valore equivalente. Questa connotazione originaria si evolve e si amplia nel tempo, per cui, successivamente, il termine viene utilizzato nelle fonti per designare doni offerti in occasioni ed in contesti vari, ad esempio donazioni a favore di associazioni religiose e professionali, oppure omaggi destinati ai decurioni, come pure, in epoca tarda, le spese processuali, con specifico riferimento alle mance e ai regali offerti ai giudici e agli impiegati, ed infine offerte anche in ambito ecclesiastico, una sorta di anticipazione dell’ uso delle decime (cfr. S. Roda, Commento storico al Libro IX dell’Epistolario di Q. Aurelio Simmaco, Pisa 1981, 227-229).
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parte di privati in occasioni specifiche, rappresentate sia da circostanze di tipo privato familiare che da eventi pubblici 26. Assai variabile risulta di conseguenza il valore ad esse corrispondente: se per la prima età imperiale, nel significato ancora legato all’uso originario di distribuzioni ai clientes, il contenuto della sportula è valutabile, secondo le testimonianze delle fonti, in circa 25 assi 27, per l’epoca più tarda, nella consuetudine degli omaggi nuziali, troviamo più volte espresso il valore di due solidi 28, mentre nell’uso del dono-ricordo distribuito in occasione delle nomine alle magistrature più elevate la consistenza della sportula si differenzia in relazione alla carica rivestita. È noto infatti che la legislazione tardoimperiale prevedeva, per il consolato e per le magistrature che rappresentavano gradini fondamentali e obbligatori della carriera senatoria, come la questura e la pretura, l’assolvimento di obblighi assai gravosi dal punto di vista economico, veri e propri munera coatti, in primis l’allestimento dei giochi, a cui si aggiungevano spese complementari, quali la distribuzione di doni tradizionali che venivano inviati all’imperatore, ai parenti e agli amici. Gli omaggi personali dei neoeletti, rivestendo chiaramente una funzione propagandistica, raggiunsero nel tempo livelli di altissimo pregio, sia in termini di valore commerciale (pensiamo ad esempio ai dittici eburnei, per i quali gli alti costi di importazione della materia prima si univano a quelli determinati da una raffinatissima lavorazione) che di valore reale (monete e, soprattutto, multipli in metallo prezioso) e finirono con l’imporre, alla fine del IV secolo, l’intervento dell’autorità in merito. Un provvedimento datato al 384 29, emanato nell’orientale Eraclea, con il quale si stabiliva il divieto per i magistrati, ad eccezione dei con26 Come sportulae sono talvolta indicati nelle fonti anche alcuni tipi di elargizioni imperiali (Svet., Calig. 18, 2; Claud. 21, 4; Dom. 4, 5; SHA, Gall. 16, 6), ma erano solitamente così chiamati i doni offerti agli invitati durante i festeggiamenti per l’assunzione della toga virile, per l’accesso ad una magistratura o in occasione di matrimoni. 27 Iuv., Sat. I, 120; Mart. 1, 59; 3, 7; 6, 88; 8, 42; 10, 27. 28 La sportula come dono-ricordo delle nozze è più volte menzionata da Simmaco (Ep. IV, 14; IX, 106-107); tra i regali nuziali relativi al matrimonio dei suoi figli è probabilmente da annoverare anche il famoso dittico eburneo Nicomachorum e Symmachorum (R. Delbrueck, Die Consulatdyptichen und verwandte Denkmälern (Studien zur spätantiken Kunstgeschichte), I-II, Berlin 1929, 203215, n. 54; W.F Volbach, Elfenbeinarbeiten der Spätantike und des frühen Mittelalters, Mainz am Rhein 19763, 39 n. 55). 29 Nel Codex Theodosianus (15, 9, 1 pr.) viene espressamente indicato come privilegio esclusivo dei consoli ordinari la consuetudine di distribuire moneta d’oro (aurea sportula), come dittici eburnei; la stessa fonte nel passo immediatamente successivo (15, 9, 1.1; cfr. Bastien, Monnaie et donativa, 42, nota 4) specifica l’opportunità di distribuire come sportulae, in occasione delle cerimonie pubbliche, monete argentee di taglio non superiore a 1/60 di libbra (corrispondente a quello dei miliaresia) o, possibilmente, anche di taglio inferiore. La testimonianza di Simmaco sembra riflettere la ricezione solo parziale della prescrizione poiché, da una parte, conferma l’uso della moneta aurea come specifica della sportula consolare (Ep., IX, 153; 7, 76), ma, dall’altra, attesta il permanere della consuetudine di distribuire dittici eburnei, associati a due libbre d’argento, come dono nei festeggiamenti per la questura e la pretura (Ep. IX, 119; VII, 76; V, 56).
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soli ordinari, di regalare sportulae in oro e dittici eburnei non consente di comprendere appieno se l’ambito di applicazione territoriale fosse la sola pars Orientis o se la disposizione avesse carattere generale. La distribuzione di dittici eburnei da parte dei magistrati, in occasione dei ludi da essi stessi organizzati, risulta essere una consuetudine tanto orientale quanto occidentale, tuttavia le disposizioni per frenare le grosse spese associate a queste celebrazioni sembrano trovare esito concreto solo in Oriente 30. In Occidente, in realtà, la consuetudine di distribuire dittici d’avorio rimane praticata, mentre parrebbe recepito il divieto di donare sportulae di moneta aurea, che risultano limitate, come indicato nella disposizione di legge, al dono consolare, malgrado l’uso sembri permanere in ambito privato per le sportulae nuziali; inoltre, sebbene nei doni distribuiti in occasione della questura e della pretura venga utilizzato l’argento anziché l’oro, la quantità elargita supera di gran lunga il limite corrispondente al taglio monetale di 1/60 di libbra imposto dalla legge 31. La testimonianza di Simmaco, esponente dell’aristocrazia romana, riflette bene questa complessa realtà: egli documenta infatti le sportulae da un solido donate in occasione del suo consolato 32, quelle del valore di due solidi distribuite per il matrimonio del figlio Memmio, celebrato nel 401 d.C. 33, ma, in riferimento ai doni offerti in occasione dell’assunzione della questura da parte del figlio nel 393, e poi della pretura nel 401, attesta l’omaggio di un prezioso dittico auro circumdatum all’imperatore Eugenio, dittici eburnei e altri regali indirizzati a quanti si erano prestati a collaborare nell’allestimento dei giochi, mentre tutti gli altri amici sono onorati con tavolette (non dittici) d’avorio e con oggetti argentei (apophòreta, normalmente rappresentati da piatti o canestri) per un peso pari a due libbre 34. Alle spese sostenute dai consoli per questi omaggi, più o meno preziosi, indirizzati ad personam, si aggiungevano quelle relative alle sparsiones destinate al popolo, simbolo per eccellenza del consolato, rappresentate tramite il gesto della
30 Questo aspetto è stato ben analizzato da Cameron (A. Cameron, Consular diptychs in their social context: new eastern evidence, «JRA», 11 [1998], 385-403, in part. 398-401) che rileva le diverse ricorrenze e i diversi obblighi per i magistrati di provvedere alle spese per le celebrazioni pubbliche a Roma e a Costantinopoli e sottolinea come le disposizioni del Codex Theodosianus in materia abbiano validità soltanto per la parte orientale dell’impero. 31 V. nota 29. 32 Simmaco (Ep. IX, 153), parlando dei doni da lui elargiti in occasione del suo consolato nel 391, indica precisamente la consistenza della sportula, corrispondente ad un solido: «Sportulam consulatus mei et amicitiae nostrae et honori tuo debeo. Hanc in solido uno ad te misi orans, ut benigno animo sollemnia officii mei libamenta suscipias». 33 Roda, Commento storico, 239; v. nota 28. 34 Symm., Ep. IX, 119; II, 81 e V, 56; per i rispettivi commenti si vedano: Roda, Commento storico, 271ss.; G.A. Cecconi, Commento storico al Libro II dell’Epistolario do Q. Aurelio Simmaco, Pisa 2002, 405-408; P. Rivolta Tiberga, Commento storico al Libro V dell’Epistolario di Q. Aurelio Simmaco, Pisa 1992, 170ss.
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distribuzione, ben noto attraverso molteplici iconografie (fig. 1); un provvedimento di Marciano, verso la metà del V secolo, riflette, anche relativamente a questo tipo di elargizioni, il tentativo di contenere gli eccessi, vietando espressamente le sparsiones, sostituite da un dono di 100 libbre d’oro alla cassa degli acquedotti 35. Il divieto non dovette essere tuttavia rispettato, come sembra suggerire il ripristino, seppure ridotto e codificato, di queste distribuzioni da parte di Giustiniano e malgrado la sparsio d’oro sembri riservata all’imperatore, essendo concessa agli altri consoli l’utilizzo della sola moneta argentea 36. L’onere economico assai gravoso imposto all’aristocrazia senatoria doveva essere comunque un problema sentito da tempo se già un decreto riferibile al 372 37, quindi precedente alla citata legge del 384, che aveva lo scopo di diminuire le spese di chi accedeva alle magistrature senatorie, sembra accogliere la richiesta fatta all’imperatore di raddoppiare il numero dei pretori in modo da dimezzare le spese di ciascuno; in realtà, anche in questo caso, i decreti che consentivano un alleggerimento delle spese sembrano recepiti soltanto a Costantinopoli, mentre a Roma, quanto meno, non si ha riscontro di norme applicative in questo senso 38. Le cifre necessarie per queste celebrazioni erano effettivamente assai ingenti e le fonti offrono in alcuni casi dati piuttosto precisi: Olimpiodoro di Tebe, paragonando le spese di Simmaco e di Massimo per la pretura dei rispettivi figli, avvenuta a breve distanza, indica una somma pari a 2000 libbre d’oro per il primo, giudicato senatore di moderata fortuna, e una somma doppia per il secondo 39. La testimonianza di Olimpiodoro conferma le enormi ricchezze dell’aristocrazia romana nel tardo impero e, soprattutto, documenta indiscutibilmente la loro utilizzazione, nell’ambito delle relazioni di classe, come segno di prestigio sociale e come strumento di giustificazione e tutela della propria posizione al vertice della gerarchia. Lo storico, volendo rendere comprensibili ed effettivamente valuCod. Just. XII, 3, 2. Nov. 105, II, 2-3; cfr. E. Stern, Le calendrier de 354. Étude sur son texte et sur ses illustrations, Paris 1953, 156. La sparsio consolare è attestata ancora per Giustino I, Tiberio II, Maurizio Tiberio e Foca; solo con Eraclio si mette fine a questo uso, contestualmente alla rinuncia al processus consularis, forse in relazione alla scomparsa dell’ufficio del comes sacrarum largitionum (Delmaire, Largesses sacrées, 573-575). 37 Cod. Theod., VI, 4, 21. 38 Marcone, L’allestimento dei giochi, 107-122, in part. 118. 39 Olymp., fr. 44 (FHG, IV, 67-689); J.P. Callu, Le «centenarium» et l’enrichissement monétaire au Bas-Empire, «Ktema», 3 (1978), 301-316, in part. 303; Marcone, L’allestimento dei giochi, 118; D. Vera, Strutture agrarie e strutture patrimoniali nella tarda antichità: l’aristocrazia romana fra agricoltura e commercio, in S. Roda (a cura di), La parte migliore del genere umano. Aristocrazie, potere e ideologia nell’occidente tardoantico, Torino 1994, 165-224, in part. 168-169; A. Baldini, Ricerche di tarda storiografia (da Olimpiodoro di Tebe), Bologna 2004, 61-62. Il figlio di Simmaco rivestì la pretura nel 401 e il figlio di Massimo prima del 411, secondo Marcone, o circa nel 430, secondo la datazione seguita da Callu, respinta da Vera, il quale sottolinea la chiusura delle storie di Olimpiodoro al 425.
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tabili le strabilianti ricchezze dei senatori romani, quasi incredibili nel contesto greco, avvezzo a fortune più modeste, introduce la valutazione in centenaria 40; il termine, che designerebbe una quantità di metallo pari a 100 libbre (circa 32 kg), assume naturalmente un significato completamente diverso, in termini di valore concreto, in relazione al metallo considerato; se per il bronzo risulta più difficile fare riferimento ad una precisa specie monetaria, teoricamente, per l’argento il riferimento era con i miliarésia, mentre per l’oro la corrispondenza era certamente con i solidi; di conseguenza, a seconda del contenuto, “sacchi da un centenarium”, dovevano connotare elargizioni di differente livello. Nelle fonti il termine appare già in uso in rapporto a vicende o a personaggi di V secolo, anche se è verosimile ritenere che questo tipo di quantificazione compaia non prima della metà del VI 41, perciò, poiché in questo periodo l’economia e la tesaurizzazione sono basate quasi esclusivamente sull’oro, è a questo metallo che vanno riferite le quantificazioni in centenaria. Il termine viene utilizzato per indicare somme cospicue (un centenarium d’oro equivaleva a 7.200 solidi) in riferimento, ad esempio, a spedizioni militari, così come a pagamenti di tributi o a grandi imprese edilizie, ma anche per quantificare enormi patrimoni privati: rendite annuali derivate dalle proprietà terriere e dalla commercializzazione dei prodotti relativi, nell’ordine di 40 centenaria d’oro, consentivano di sostenere spese ingentissime, quali quelle per i giochi organizzati in occasione della pretura, variabili tra 12 e 40 centenaria, o come quelle previste per l’assunzione del consolato, calcolabili in 20 centenaria d’oro, secondo Procopio, nell’età di Zenone 42. L’ostentazione di una notevolissima disponibilità di ricchezze, che è alla base di tutti i tipi di elargizioni qui esaminati, trova esiti iconografici più o meno realistici in varie categorie di materiali, attraverso immagini estremamente efficaci tra le quali spicca, per l’immediatezza che ne deriva, quella della rappresentazione di
40 La testimonianza di Olimpiodoro, malgrado la sua opera ci sia giunta soltanto per il tramite di Fozio (Baldini, Ricerche, 50 e nota 8), e quella parallela di Simmaco illustrano posizioni contrastanti, derivate dai differenti contesti in cui essi si trovano ad operare e dallo squilibrio tra Occidente ed Oriente, ben percepibile in questo momento storico; appare innegabile, comunque, che Simmaco spese, per una sola magistratura del figlio, somme enormi, pari al suo reddito di un intero anno; Vera, Strutture agrarie, in part. 167-168, 172 e 191. Per l’analisi del termine kentènarion e del contesto economico relativo v. G. Dagron, C. Morrisson, Le kentènarion dans les sources byzantines, «RN», 17 (1975), 145-162, in part. 150-151. A proposito dell’accumulo di ricchezza tra V e VI secolo si veda, da ultimo, S. Cosentino, Le fortune di un banchiere tardiantico. Giuliano Argentario e l’economia di Ravenna nel VI secolo, in Santi banchieri re. Ravenna e Classe nel VI secolo. San Severo il tempio ritrovato, a cura di A. Augenti, C. Bertelli, Milano 2006, 43-49. 41 È questa la posizione di Callu (Le «centenarium», 305-307) che sostiene che gli scrittori che ne parlano in riferimento al V secolo riportano indietro nel tempo un termine a loro contemporaneo; a conferma di questa ipotesi lo studioso sottolinea che Procopio, alla metà del VI secolo, sente la necessità di definire il termine, proprio perché di recente introduzione. 42 Procop., Hist arc., 26, 13; Vera, Strutture agrarie, 222-224. Cfr. Dagron, Morrisson, Le kentènarion, 157-158.
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grandi contenitori sotto forma di sacchi. Questa immagine compare già in periodo altoimperiale su un rilievo della colonna Traiana, raffigurante un donativum, ma è presente anche in epoca successiva, ad esempio nelle illustrazioni del Calendario del 354, come pure nella Notitia Dignitatum, documento risalente alla prima metà del V secolo, che, nella raffigurazione delle insegne del Comes sacrarum largitionum, include l’immagine di sacchi e piatti ricolmi di monete 43 (fig. 2); inoltre essa è presente, tra IV e VI secolo, su medaglioni coniati per commemorare gli atti di liberalità imperiale 44 (fig. 3), in mosaici 45 e in oggetti preziosi, come il piatto argenteo facente parte del Tesoro di Karavas (Cipro) 46 (fig. 4). Su questo piatto, databile alla prima metà del VII secolo, raffigurante la presentazione di David a Saul, compaiono, all’esergo della scena, due sacchi e un modio o una situla che, sul piano strettamente iconografico, possono rappresentare la ricchezza del re, ma, indirettamente, rimarcano anche la generosità di chi elargiva quel piatto come dono; simboli analoghi ricorrono inoltre in vari dittici che sottolineano la generosità dei magistrati, ma, attraverso la stessa simbologia utilizzata sulle monete, esaltano al contempo le elargizioni imperiali 47 (figg. 5-6). Dal punto di vista iconografico i sakkia sono dunque il simbolo del potere economico e del prestigio che ne deriva, sia in ambito pubblico che privato; essi rappresentano l’idea della ricchezza ed è in senso figurato che la loro immagine compare verosimilmente in questi casi 48. La documentazione numismatica La moneta, per la sua stessa natura, offriva, attraverso i tipi e le leggende, la possibilità di celebrare e commemorare personaggi e avvenimenti, ma questa pos43 Delmaire, Largesses sacrées, 574. Cfr. Stern, Le calendrier, 153, tav. XV e I. Baldini Lippolis, L’oreficeria nell’Impero di Costantinopoli, Bari 1999, 20. 44 Si possono citare i multipli d’oro di Costanzo II, di Valente, di Arcadio e di Onorio (per Costanzo II: F. Gnecchi, I medaglioni romani, I-III, Milano 1912, I, 29, nn. 2 e 4; RIC VIII, Antiochia, nn. 67 e 68; per Valente: Gnecchi, Medaglioni, I, 36-37, nn. 1 e 10; RIC IX, 116, n. 1 e 122, n. 25; per Arcadio e Onorio: Gnecchi, Medaglioni, I, 82, n. 1; RIC X, 240, nn. 4-5) in cui all’esergo sono raffigurati sacchi di monete, torques o corone e fibule. 45 Si possono citare, ad esempio, i mosaici di Piazza Armerina e di Santa Sofia a Costantinopoli; Dagron, Morrisson, Le kentènarion, 153-154. 46 Si tratta del tesoro scoperto nel 1902 sull’acropoli della città di Lambousa e comprendente undici piatti in argento, sedici multipli aurei di Maurizio Tiberio, Giustino e Giustiniano e Tiberio II, oltre a gioielli vari. Attualmente il complesso è suddiviso tra il Metropolitan Museum di New York e quello di Nicosia; in particolare il piatto in questione appartiene alla Collezione J. Pierpont Morgan, del Metropolitan Museum; cfr. H.C. Evans, The Arts of Byzantium, New York 2001, 34 e 35. 47 Cfr. i dittici di Probo, 406 d.C., di Boezio, 487 d.C. (Volbach, Elfenbeinarbeit, n. 15), di Oreste, 530 d.C. (Volbach n. 16) e di Giustino del 540 (Volbach n. 33); Cameron, Consular diptychs, 394. 48 La presenza di iscrizioni recanti l’indicazione di numerali in talune raffigurazioni di sacchi ha suggerito il tentativo di trovare una connessione con il peso o con il numero di pezzi monetati in essi contenuti, ma questa ricerca non ha dato esiti tali da consentire la formulazione di ipotesi coerenti (cfr. Stern, Le calendrier, 156; Dagron, Morrisson, Le kentènarion, in part. 152-154).
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sibilità trovava esiti particolarmente significativi nei cosiddetti multipli, esemplari che si rapportavano con i nominali presenti nel sistema monetario vigente, anche se il loro ruolo nella circolazione era assolutamente marginale, e nei quali la particolare cura formale si univa all’alto valore intrinseco 49. Durante tutto l’impero, ma in particolare a partire dal periodo tetrarchico, le distribuzioni di moneta giocarono un ruolo importante nella politica imperiale, come evidenziano bene gli stessi documenti monetali che offrono una vastissima esemplificazione, nei vari metalli, di emissioni connesse a particolari eventi e alla loro celebrazione. Un’analisi del quadro, assai complesso, delle testimonianze monetali non può essere condotta senza tenere conto della specificità di ciascun momento storico e delle caratteristiche dei nominali esaminati, poiché, ovviamente, le emissioni in metallo prezioso non comunicavano gli stessi messaggi, non circolavano e non si diffondevano negli stessi circuiti di quelle di bronzo, non raggiungevano la medesima utenza e veicolavano l’ideologia in diversa maniera. L’ampiezza e l’estensione cronologica della documentazione in nostro possesso, unita alla difficoltà di individuare le circostanze connesse alle diverse emissioni, siano esse di nominali regolari o di multipli, destinate ai soldati, al popolo o ai dignitari, consente perciò, in questa sede, di sviluppare unicamente alcune tematiche di ordine generale e di prendere in esame soltanto qualche aspetto particolare relativo alla ideologia del potere, alla affermazione della immagine imperiale e alla funzione celebrativa di alcune emissioni. I multipli avevano certamente motivazioni e destinazioni specifiche, poiché in essi si potenziava, per così dire, il valore propagandistico, politico e commemorativo, già insito nella natura stessa della moneta, esaltando determinati avvenimenti. Il modulo maggiore del tondello consentiva, da un lato, uno sviluppo iconografico narrativo ed un rendimento formale più compiuto, che talvolta raggiungeva notevoli livelli artistici e, dall’altro, il valore anche assai consistente che ne derivava, rendeva questi pezzi, soprattutto quelli in metallo prezioso, particolarmente adatti ad essere utilizzati come doni destinati ad una ristretta cerchia di persone, cioè ai personaggi di corte, ai funzionari e ai militari di grado elevato, in occasioni solenni. Questi pezzi eccezionali facevano parte di un corredo non solo politico, ma anche culturale, sviluppatosi in stretta connessione con l’istituzione del principato 50: chiamati ad agire su un pubblico più ristretto rispetto alla moneta, i multipli dovevano rispondere ad esigenze raffinate ed esercitare sul riceven49 Cfr. da ultimo M.R. Alföldi, Il messaggio dei multipli tardoantichi, in 387 d.C.: Ambrogio e Agostino: le sorgenti dell'Europa, catalogo della mostra (Milano 2003-2004), Milano 2003, 93-95, in part. 93, con bibliografia precedente. 50 L’esemplare più antico è quello di Augusto, corrispondente al peso di quattro aurei (cioè 400 sesterzi), trovato a Pompei e oggi conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli (Gnecchi, Medaglioni, I, 3, n. 1).
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te una impressione più profonda e permanente dei nominali regolari. Gli appartenenti ai livelli più alti delle gerarchie, già sensibilizzati alle forme della propaganda imperiale, erano certamente i destinatari delle emissioni eccezionali in metallo prezioso, attraverso le quali si esprimevano aspetti particolari dell’ideologia del potere, che andavano ad integrare il quadro d’insieme della propaganda monetaria, rappresentata dalle distribuzioni di moneta corrente, destinate ad un pubblico più vasto e recanti messaggi più ripetitivi e stereotipati. In epoca tardoantica il maggiore beneficiario dei doni imperiali è naturalmente il comitatus: a questa cerchia ristretta di persone erano destinati pezzi eccezionali, di assoluta ostentazione, emessi in occasione di particolari cerimonie che coinvolgevano la corte. I multipli rappresentavano, in sostanza, la manifestazione concreta di privilegi e gratificazioni, un “obbligo de facto” 51 dell’imperatore nei riguardi di alti dignitari, magistrati e ufficiali degli eserciti, allo scopo di accattivarsi la loro fedeltà, ed è con questo stesso obiettivo che ai grandi beneficiari dell’impero si aggiunsero, in progresso di tempo, i principi stranieri, capi barbari ai quali venivano inviati pezzi straordinari come dono-tributo 52. La realizzazione di multipli, in un primo tempo prevalentemente di bronzo, si intensificò a partire dall’età di Adriano, ma solo dal III secolo è attestata con una certa regolarità la produzione in metallo prezioso che, innanzitutto per l’oro, sembra trovare una configurazione precisa in epoca dioclezianea, probabilmente in corrispondenza dei cambiamenti apportati alla burocrazia finanziaria. È in questo momento che si configura infatti la separazione degli uffici che, dopo la riforma di Costantino, diventeranno di competenza, da un lato, del comes rei privatae e, dall’altro del comes sacrarum largitionum; quest’ultimo ufficio era competente sulle emissioni in metallo prezioso, comprese quelle straordinarie, ma anche sulla produzione di gioielli, argenteria e varie specie di oggetti destinati ad essere donati, insieme all’oro e all’argento monetati 53. L’entità dei doni elargiti non trova precise indicazioni nelle fonti, ma la documentazione numismatica in nostro possesso attesta multipli di valore anche assai consistente: riguardo all’oro, la maggior parte delle emissioni è riferibile a pezzi da 1 e 1/2 e da 2 unità, ma sono documentati multipli da 6, 8 (fig. 7), 12, 24 e anche 48 aurei, così come da 3, 4 e 1/2 (fig. 8), 9, 12, 18 e anche 40 solidi; i piedi ponderali non sono però del tutto uniformi poiché gli standard sono riconducibili sia a 1/50 che a 1/60 di libbra, inoltre la corrispondenza con l’aureo sembra mantenersi anche dopo l’introduzione del solido (1/72 di libbra) da parte di Costanti-
51 Cito testualmente Belloni, Ideologia e stile, 67, la cui espressione mi pare estremamente efficace nell’individuare lo stretto rapporto di reciproca dipendenza esistente tra l’imperatore e la corte. 52 Alföldi, Il messaggio, 95. 53 Bastien, Monnaie et donativa, 51; Delmaire, Largesses sacrées, 25ss.
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no e fino all’epoca di Giustiniano 54. Monete d’oro di Costantino corrispondenti ad 1/60 di libbra e databili dopo il 330 mostrano al rovescio l’imperatore in quadriga frontale, con lo scipio, nel gesto della sparsio 55 (fig. 9); lo stesso tipo, associato alla leggenda Gloria Romanorum è ripreso da Costanzo II, in emissioni di Antiochia e Tessalonica, databili tra 346 e 352, e poi da Valente per il consolato del 365, da Valentiniano II per il consolato del 390 e da Eugenio per il consolato del 393 56 e infine ricorre nel medaglione d’oro da una libbra di Tiberio II, coniato per essere distribuito come dono e descritto da Gregorio di Tours 57. La produzione di pezzi eccezionali, commemorativi di specifici avvenimenti, prosegue infatti in epoca bizantina, come attesta ancora l’esemplare da un solido e 1/2 per la proclamazione di Giustino I (518) e lo straordinario pezzo da 36 solidi di Giustiniano (531-538) che rappresenterebbe l’ultimo esempio della tipologia dell’adventus 58, oppure i solidi e i multipli di Maurizio Tiberio, databili tra la fine del VI e l’inizio del VII secolo, con il tipo dell’imperatore frontale, in quadriga, con mappa e scipio 59; appartiene allo stesso periodo il pezzo eccezionale da dodici solidi conservato nella collezione Dumbarton Oaks di Washington, probabilmente da connettere al tesoro rinvenuto a Kyrenia (Cipro) 60. Le emissioni di multipli d’argento appaiono particolarmente significative a partire dall’età costantiniana e soprattutto nel corso del V e del VI secolo 61: i mi54 P. Bastien, Les multiples d’or de l’avènement de Dioclétien à la mort de Constantin, RN (1972), 49-82; J.P.C. Kent, The Roman Imperial Coinage, VIII, London 1981, 55-56; Bastien, Monnaie et donativa, 37 e 40. La Morrisson (C. Morrisson, Catalogue des monnaies byzantines de la Bibliothèque Nationale, I-II, Paris 1970, 14) cita un aureo, cioè un pezzo tagliato a 1/60 di libbra, secondo il sistema dioclezianeo, di Anastasio, coniato in occasione del suo matrimonio con Ariadne nel 491. 55 Cfr. RIC VII, Const. nn. 103-106; Nicom. n. 170. 56 Cfr. RIC VIII, Ant. nn. 77-78, Thessal. n. 145; RIC IX, Trev., nn. 89 e 100. 57 Hist. Franc., 6, 2. 58 Cfr. Morrisson, Catalogue, 35 e 36 n. 1. Malgrado non si rilevi una assoluta sistematicità, alle cerimonie per l’adventus si connettevano, in particolare, emissioni del valore di 1 solido e 1/2; una esauriente esemplificazione di queste emissioni si trova in Delmaire, Largesses sacrées, 567, nota 14. Per il multiplo do Giustiniano da 36 solidi si veda, da ultimo, E. Ercolani Cocchi, La moneta nel VI secolo tra economia e ideologia, in Santi banchieri re. Ravenna e Classe nel VI secolo. San Severo il tempio ritrovato, Milano 2006, 194-201. 59 Morrisson, Catalogue, 180. 60 Morrisson, Catalogue, 177: il medaglione da 12 solidi, recante su un lato la scena della Natività e sull’altro il Battesimo di Cristo, era forse stato realizzato per commemorare il battesimo di Teodosio, figlio di Maurizio, celebrato, secondo il costume, in coincidenza con la festa dell’Epifania (384). Per il tesoro si veda Baldini Lippolis, L’oreficeria, 38 con bibliografia precedente. 61 Come è noto, permangono numerosi punti oscuri sugli standard ponderali dei nominali argentei, in particolare relativamente alla siliqua e alle sue progressive riduzioni (sul problema si veda PH. Grierson, M. Blackburn, Medieval European Coinage, whith a Catalogue of the coins in the Fitzwilliam Museum, Cambridge 1986, 9); la questione è stata analizzata anche dalla scrivente per l’epoca di Arcadio e Onorio, a proposito di uno dei pochissimi rinvenimenti di silique in territorio italiano: A.L. Morelli, Un gruzzolo di siliquae dagli scavi di Classe (Ravenna, Italia), in Akten XII
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liarésia (sia pesanti, cioè corrispondenti ad 1/60 di libbra, che leggeri, cioè del peso di 1/72 di libbra) sono probabilmente da collegare agli atti di liberalità più frequenti ed estesi da parte dell’imperatore, mentre erano certamente prodotti per distribuzioni imperiali connesse con particolari occasioni i multipli che compaiono dalla fine del regno di Costantino I (fig. 10), successivamente con Costanzo II e Costante, poi con Magnenzio, con i Valentiniani e con Teodosio. Un vero e proprio rinnovamento delle emissioni d’argento si ebbe solo molto dopo, in Oriente, con Eraclio (610-641), che creò l’esagramma (ca. 6,70 g), ma lasciò sopravvivere il miliarésion di distribuzione (ca. 4-2 g), coniato fino a Tiberio III (698-705); questi due tagli erano completati da pezzi più leggeri, frazioni di siliqua (corrispondenti a circa 1/2) che riprendevano quelle di IV-VI secolo ed erano, come quelle, destinate alle sparsiones. Il rito della sparsio era uno dei momenti più importanti delle cerimonie legate al consolato nel tardo impero, come mostra, tra le altre fonti, anche l’illustrazione del Calendario del 354 che raffigura Costanzo, in abiti consolari, in atto di lanciare monete e le personificazioni di Roma e Costantinopoli con sacchi ricolmi ai loro piedi, che simboleggiano le distribuzioni legate agli anniversari delle due capitali (fig. 1) 62. In età tardoimperiale e poi in epoca bizantina atteggiamenti, abbigliamento, attributi esprimevano l’esercizio di determinate funzioni e comunicavano le caratteristiche e le prerogative dell’autorità attraverso una simbologia che faceva riferimento alle occasioni in cui veniva manifestato il potere, cioè le cerimonie, perfettamente costruite e ritualizzate, che accompagnavano tutte le celebrazioni, tra cui l’ascesa al potere e l’assunzione delle massime cariche dello Stato. Le cerimonie ufficiali si svolgevano secondo rituali rigidi e definiti e, in particolare, i primi giorni dell’anno erano scanditi da una sequenza di celebrazioni solenni 63: il fastoso processus consularis era accompagnato da sparsiones e da festeggiamenti sia pubblici che privati, era seguito dalla cerimonia dei vota publica a cui si collegavano le strenae ufficiali, cioè i doni augurali offerti all’imperatore, accompagnati da giochi del circo e da altre sparsiones; infine avveniva il giuramento di fedeltà dei soldati, seguito da un donativum. Le nomine consolari, connesse alla celebrazione dei vota publica, erano l’occasione di emissioni straordinarie d’oro, d’arInternationaler Numismatischer Kongress [Berlin 1997], Berlin 2000, 806-811). Riguardo ai multipli argentei, Bastien cita, per il rapporto ponderale con la moneta corrente, gli 8 esemplari, databili tra 364 e 395 d.C., presenti nel gruzzolo di S. Genesio (Pavia) che presentano un peso assai regolare, oscillante tra g 13,22 e 13,48, ossia di 12 scrupuli, corrispondenti a 6 silique, equivalenti a 4 argentei (Bastien, Monnaie et donativa, 43). Per i medaglioni da San Genesio si veda Belloni, Ideologia e stile, con bibliografia precedente. 62 Stern, Le calendrier, 152 e ss. e tavv. XIV-XV; Delmaire, Largesses sacrées, 571ss. 63 Per le feste di inizio anno rimane fondamentale M. Meslin, La fête des kalendes de Janvier dans l’empire romain, Bruxelles 1970, in part. 59-61.
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gento e di bronzo, ma anche di monete regolari, in tutti i metalli 64; in effetti, queste coniazioni risultano assai numerose nella documentazione giunta fino a noi, poiché non erano riservate solo a Roma, dove avvenivano le celebrazioni, ma erano battute anche nelle città sedi della Corte, come attestano la ricca produzione ravennate e quella mediolanense. Emissioni di solidi commemorativi dei vota publica sono attestate, in Occidente, a partire dal 364 e, in Oriente, dal 368 e giungono fino alla metà del V secolo: in Oriente il tema ricorre ancora in un medaglione di bronzo di Arcadio con leggenda Vota Romanorum 65, mentre in Occidente sono documentati AE 4 di Valentiniano III con leggenda Vot P R e la raffigurazione della porta dell’accampamento 66. Le cerimonie dei vota permangono malgrado la progressiva affermazione dei cristianesimo, con cui, in effetti, cessano i sacrifici a carattere pagano, ma si mantengono i festeggiamenti solenni per l’apertura del nuovo anno, che persistono anche in epoca bizantina. Tuttavia, nel corso dei secoli, pur conservando le caratteristiche generali, queste celebrazioni si modificano nella loro attuazione; in particolare, durante il basso impero, le cerimonie dei vota publica, l’offerta delle strenae, così come le elargizioni, tendono a diventare più chiuse e finiscono con l’essere circoscritte a funzionari e personaggi di alto rango 67. Nella produzione monetale, soprattutto nell’oro, è da sottolineare la particolare cura posta nella rappresentazione della figure imperiale e dei simboli del potere, quali gli abiti e gli attributi, che senza dubbio riflettevano l’immagine con cui l’imperatore appariva al popolo durante i giochi, momento fondamentale delle relazioni e delle apparizioni pubbliche. Complessivamente, le emissioni monetali celebrative dei consolati imperiali presentano uno stile quasi unitario, che raccoglie le caratteristiche delle due parti dell’impero, con una resa quasi calligrafica dei particolari, molto vicina a quella che si può rilevare nella produzione dei dittici 68. La figura dell’imperatore, unita alla specificazione del suo nome e delle cariche ricoperte, è naturalmente l’elemento centrale di tutte le emissioni, poichè la sua stessa immagine qualifica l’autorità che egli riveste. A partire dall’età tetrarchia, nei pezzi straordinari, come nella moneta destinata alla circolazione corrente, in particolare nella raffigurazione del dritto, cioè nel ritratto, all’immagine rea64 Emissioni commemorative sono presenti anche in nominali regolari di bronzo; tra queste si può ricordare l’AE 3 di Magnenzio del 351, con leggenda Beatitudo Publica e la raffigurazione dell’imperatore in abiti consolari su sedia curule (RIC VIII, Aquil. nn. 164-166). 65 Gnecchi, Medaglioni, II, Arcadio, 159, n. 2.--66 Cfr. P. Bastien, Les solidi des Vota Publica de Valentinien I à Theodose I, «NAC», 14 (1985), 305-341; Delmaire, Largesses sacrées,, 576-579. 67 Questo aspetto sembra bene evidenziato dal ristretto scambio di doni che intercorre, probabilmente all’inizio del 385, tra Simmaco e gli imperatori Teodosio I e Arcadio: Symm. Rel., 15, 3. 68 Bastien, Les solidi, 308-312; Kent, The Roman Imperial Coinage, 48 e ss.; Cameron, Consular diptychs, 403.
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le si va progressivamente sostituendo una raffigurazione sempre più rigida e stereotipata, quasi l’illustrazione di un concetto, che si avvale di una complessa simbologia, rappresentata dagli elementi che sottolineano la dignità dell’imperatore, nei quali si avverte un’insistenza analitica sui particolari, che assimila la realizzazione di questi oggetti alle produzioni dell’arte orafa 69. Dalla metà del IV secolo compare la rappresentazione del busto dell’imperatore in abiti consolari, in emissioni certamente destinate alle elargizioni effettuate, nella maggior parte dei casi, in occasione della presenza dell’imperatore nella città emittente 70; nei rovesci si osserva anche la raffigurazione simbolica dei consolati congiunti dei due imperatori rappresentati in trono (fig. 11) o in quadriga, accompagnati da leggende quali Gloria (o Salus) Reipublicae, Gloria Romanorum o con il riferimento ai Vota 71. Dopo il 430 però, in Oriente compare un solo console e questo può riflettere una situazione reale poiché è possibile ritenere che il console d’Occidente non fosse noto né riconosciuto. Con molta gradualità, attraverso pochi esempi nel corso del IV e più compiutamente durante il V secolo, si manifesta la resa del ritratto di tre quarti e poi completamente frontale, che annulla ogni volontà di rendere una somiglianza reale, a cui fa riscontro una sempre maggiore evidenza data agli attributi come emblemi del potere. Il primo esempio compiuto di questa evoluzione nella raffigurazione del busto è quello dei solidi emessi a Ravenna per Onorio nel 422, in occasione del suo tredicesimo consolato e dei suoi tricennalia: l’imperatore appare in una immagine frontale, indossa il diadema a doppio filo di perle con gemma centrale e la trabea stilizzata, anch’essa ornata di perle, nella mano destra tiene la mappa e nella sinistra lo scipio sormontato da aquila, attributi che compaiono anche al rovescio, raffigurante l’imperatore in trono, pure in abiti consolari 72 (fig. 12). Lo scipio, corto scettro d’avorio ornato con l’aquila, originariamente attributo militare 73, durante l’impero diventa un’insegna del console, che lo ostenta in occasione della nomina e della pompa circensis; esso è quindi attributo non solo dell’imperatore, ma anche dei magistrati che dirigevano i giochi 74, come è ben visi69 Belloni, Ideologia e stile, 69-71. Arslan, in un recente saggio sulla strategia della comunicazione monetale (Arslan, Simbolo del potere, sottolinea come la stereotipizzazione del ritratto imperiale subisca una svolta con Costantino I che, recuperando parzialmente l’elemento carismatico del ritratto augusteo, definisce un nuovo modello, che sarà utilizzato dai successori per quasi due secoli. 70 Cfr. le emissioni di Costanzo II in RIC VIII, Arles, n. 226 e Roma n. 297. 71 Cfr, ad esempio, RIC VIII, Siscia, n. 106, pezzo da 1 solido e 1/ di Costante e Aquileia, n. 42, 2 pezzo da 2 solidi Costanzo II; RIC X, n. 237 (emissione di Teodosio II, zecca di Costantinopoli), n. 1207 (emissione di Onorio, zecca di Milano). 72 RIC X, 333, n. 1330, tav. 41. 73 Isid., Etymol., XVIII, II, 5. 74 Lo scipio non è dunque soltanto un attributo dell’imperatore poiché viene concesso anche ai consoli che hanno la responsabilità dei giochi, ma esclusivamente durante lo svolgimento delle ce-
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bile, ad esempio, su un contorniato 75 (fig. 13), databile all’epoca di Valentiniano III, con la raffigurazione di Petronio Massimo in veste di console con la mappa e lo scettro sormontato dall’aquila, e come confermano i dittici dello stesso Petronio Massimo e di Boezio 76 (fig. 5); in alcuni casi alla sommità dello scipio si aggiunge una sorta di medaglione recante l’effigie del principe regnante, come appare nel dittico di Areobindo 77. Lo scipio compare anche sui già citati solidi di Onorio del 422, ma la sua raffigurazione è spesso sostituita da quella dello scettro cruciforme 78 (fig. 14), anch’esso riconoscibile come attributo di consoli non imperatori, ad esempio, nel dittico di Basilio (fig. 15) 79. Analogamente, la trabea, identificabile con il manto consolare, derivato dall’abbigliamento trionfale dei generali repubblicani, risulta essere un privilegio dell’imperatore, ma anche dei consoli nel momento dell’entrata in carica e dei magistrati durante la gestione dei giochi di loro competenza; la sua rappresentazione sui busti monetali è osservabile già dalla prima metà del III secolo 80, ma nel tempo essa diventa più appariscente grazie alla cura nella resa degli elementi decorativi, particolarmente evidenti soprattutto nei multipli 81. Un altro attributo che caratterizza la dignità consolare è la mappa, il fazzoletto che veniva lasciato cadere come segnale di inizio dei giochi 82, che compare nei tipi monetari a partire dall’età tetrarchia, ma diventa più frequente nella seconda metà del IV secolo, normalmente associata alla trabea, in particolare nelle emissioni di solidi con il riferimento ai Vota Publica, ai consolati e ai Vota per gli anniversari decennali, ventennali e trentennali di regno; essa gioca un ruolo importante nella iconografia monetaria di epoca tarda poiché, come segno distintivo dell’imperatore, sottolinea l’importante significato politico attribuito ai giochi, mentre, al pari delle altre insegne consolari, attesta anche l’alto rango dei magirimonie che essi presiedono, mentre l’imperatore ne ha diritto sempre (SHA, Aurel., 13, 4); P. Bastien, Le buste monétaire des empereurs romains, 3 voll., Wetteren 1992-1994, 424. 75 RIC X, 383, n. 2179, tav. 54. 76 Delbrueck, Die Consulardyptichen, nn. 7, 22-25. 77 Id., nn. 9-12. 78 RIC X, 369, nn. 2034 e ss., tav. 50; in realtà lo scettro cruciforme appare già sul famoso multiplo da due argentei emesso a Ticinum da Costantino I per il IV consolato e per i decennalia nel 315 e successivamente compare nei solidi di Teodosio II battuti nel 420 per il IX consolato e per i vicennalia suscepta; dopo Onorio esso è presente anche con Valentiniano III, a partire dal IV consolato nel 435 e poi nella monetazione bizantina in cui si mantengono sia lo scipio che lo scettro cruciforme raffigurati alternativamente nel periodo che va dal V al VII secolo; Bastien, Le buste monétaire, 428 e ss. 79 Delbrueck, Die Consulardyptichen, n. 6. 80 La prima raffigurazione compare su un medaglione di bronzo con il dritto riferibile a Severo Alessandro, unito ad un rovescio di Gordiano III (Gnecchi, Medaglioni, II, 81-82, n. 18, tav. 99/7). 81 Cfr., ad esempio, i dittici di Boezio, di Oreste e di Giustinoo i multipli citati da Bastien, Le buste monétaire, 285-286. 82 Suet., Nero, 22,3.
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strati, come suggerisce il già citato contorniato di Petronio Massimo 83. Solo dalla fine del VII secolo si verificano alcune trasformazioni degli attributi, tra cui l’introduzione della akakia (oggetto cilindrico, contenente polvere per ricordare all’imperatore la sua origine mortale) che prende il posto della mappa del periodo tardo imperiale romano 84. L’imperatore viene frequentemente rappresentato nel suo ruolo di console anche al rovescio, dove compare a figura intera, in trono, con trabea, mappa e corto scettro, ma, in particolare, è qui il caso di citare i solidi e i multipli coniati a Roma per l’ottavo consolato di Valentiniano III nel 455 in cui l’imperatore è raffigurato stante, mentre lascia cadere monete nella veste raccolta di una figura inginocchiata, identificabile come Res Publica; a prima vista l’imperatore sembra stringere il braccio della figura femminile, ma i puntini sotto la sua mano mostrano che egli lascia cadere delle monete; la figura inginocchiata protende entrambe le mani, (fig. 16) come se offrisse qualcosa all’imperatore, qualcosa che tiene tra le braccia distese, ma in realtà sulle braccia vi è la piega dell’indumento che l’etichetta imponeva tra l’imperatore e, per così dire, il recipiente che accoglieva il segno della sua generosità 85. Questo tipo può essere messo in relazione con le raffigurazioni dei medaglioni di bronzo di Costanzo II e Magnenzio, in cui il rovescio, con leggenda Largitio, reca l’immagine dell’imperatore seduto, con rotolo nella sinistra, in atto di offrire delle monete ad una figura femminile con corona turrita, personificazione di Costantinopoli (o di Res Publica?), che le raccoglie nel lembo della veste, mentre Roma, sull’altro lato, posa una mano sulla spalla dell’imperatore 86 (fig. 17). Anche questi medaglioni, coniati sul piede dell’antico sesterzio, potrebbero verosimilmente rientrare tra le emissioni destinate ad atti di liberalità, analogamente ai pezzi con leggenda e tipo riferito a Moneta al rovescio e il busto consolare dell’imperatore al dritto 87. Pochi pezzi cerimoniali sono documentati per il VI secolo: gli ultimi multipli d’oro conosciuti attraverso le fonti scritte o numismatiche risalgono alla fine del VI secolo, come il già citato medaglione d’oro da una libbra di Tiberio II, descritto da Gregorio di Tours 88, o il multiplo di 4 o 5 solidi di Giustiniano, montato in un medaglione, conservato al Louvre, ancora, i multipli di Maurizio Tiberio che raffigurano l’imperatore frontale su tiro a sei, in tenuta consolare, e le insegne
Cfr. nota 75; Cameron, Consular diptychs, 401. Bastien, Le buste monétaire, 540. 85 Amm., XVI, 5, 1; RIC X, 57 e 169, 370-371, nn. 2038 e ss. 86 Gnecchi, Medaglioni, II, 147 , n. 10, tav. 136/7, e 153, nn. 2-3, tav. 138/4; RIC VIII, Roma, nn. 404, 405. 87 Cfr. ad esempio, RIC VII, Roma, nn. 65-73; RIC VIII, Roma, nn. 457-458, 467 e 470; RIC IX, Roma, nn.12, 19 e 38. 88 V. nota 60; Alföldi, Il messaggio dei multipli, 95.
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delle elargizioni in esergo, rappresentate da foglie, corone e torques che perpetuano, nell’iconografia monetale, i simboli della largitio sia pubblica che privata 89.
Doni da indossare: la moneta come ornamento Il ruolo della moneta e dei multipli in metallo prezioso, in particolare in oro, come bene di prestigio è massimamente evidenziato dal loro uso in funzione ornamentale 90: i gioielli, come le vesti, contribuiscono a rivelare immediatamente lo status di chi li indossa, sottolineandone ad un tempo il potere economico e il prestigio sociale. Dignitari di corte e alti funzionari manifestano il loro rango, tramite l’ostentazione di oggetti preziosi riservati ad una ristretta cerchia di persone, e, al contempo, esprimono la propria adesione all’ideologia imperiale 91. La consuetudine di indossare monete inserite in monili di varie forme, già documentata per l’età ellenistica, è attestata fin dalla prima età imperiale, ma l’esame della cronologia dei contesti esattamente databili contenenti gioielli monetari sembra evidenziare un particolare incremento della pratica nel III secolo d.C. ed una sua prosecuzione durante tutto il periodo del basso impero e l’inizio dell’epoca bizantina 92. La distribuzione dei rinvenimenti di gioielli monetari evidenzia una particolare concentrazione in aree periferiche dell’impero, quali la Gallia e le provincie danubiane, come pure l’Egitto, tuttavia questo non depone necessariamente a favore di una maggiore frequenza nell’uso, poiché gli interramenti possono essere stati determinati da eventi del tutto specifici, ma può far supporre, piuttosto, la presenza di centri di produzione collocati in queste regioni 93. Dal punto di vista metodologico, se la presenza di monete nei gioielli va riconosciuta come utile termi-
89 Per il multiplo di Giustiniano cfr.C. Metzger, Les bijoux monetaires dans l’antiquité tardive, «Dossier de l’archéologie», XL (1980), 82-90, 88. Per i multipli di Maurizio Tiberio cfr., da ultimo, AA.VV., Costantino il Grande. La civiltà antica al bivio tra Occidente e Oriente, a cura di A. Donati, G. Gentili, Cinisello B. 2005, 275, n. 110. 90 La pratica è descritta, ad esempio, da Pomponio, Dig., VII, 1, 28. 91 In alcuni esemplari trova espressione anche l’adesione alla fede cristiana, come documentano taluni soggetti ed iscrizioni monetali; Baldini Lippolis, L’oreficeria, 116 e 122, cat. III.1.a.2-4; III.4.12. 92 Il gusto per questo particolare tipo di monile non è certamente disgiunto dalla possibilità di realizzare una forma di tesaurizzazione, esigenza particolarmente sentita a causa della grave inflazione del periodo Severiano, e di conservare, talvolta enfatizzati con montature ricercate, esemplari rari e particolarmente preziosi; L. Pirzio Biroli Stefanelli, L’oro dei Romani. Gioielli di età imperiale, Roma 1992, 88-89. 93 C. Brenot, C. Metzger, Trouvailles des bijoux monetaires dans l’Occident Romain, in L’or monnayé, III, Trouvailles de monnaies d’or dans l’Occident Romain («Cahier Ernest Babelon 4»), Paris 1992, 315-371; E. Ercolani Cocchi, Gioielli monetari fra tardo antico e alto medioevo dal territorio italiano, «Ocnus» (1993), 77-81; C. Perassi, Nomismata pro gemmis: pendenti monetali di
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ne ante quem non, tuttavia va sottolineato che la definizione cronologica spesso assai ampia risulta, data la consuetudine di inserire nei monili anche pezzi di gusto antiquario. Le tipologie di gioielli monetari sono estremamente varie e vanno dalle collane ai pendenti, dalle fibule alle cinture; l’ostentazione di questi pezzi, in cui al pregio intrinseco degli oggetti si aggiungeva un forte valore celebrativo, risulta assai significativa come espressione di prestigio all’interno di una società fortemente gerarchizzata, quale quella del tardo impero o del mondo bizantino, attenta alla esteriorizzazione dello status e alla corrispondenza tra i simboli del potere e il ruolo rivestito dagli individui 94. Le collane, già in epoca tardo imperiale e poi in quella bizantina, rappresentavano un complemento assai frequente dell’abbigliamento sia femminile che maschile, poiché alle istanze puramente decorative si accompagnavano, soprattutto per alcune tipologie, motivi di prestigio sociale 95; l’uso di esemplari monetali per fermagli, pendenti o come elementi compositivi, secondo una tradizione documentata anche dalle fonti letterarie 96, può suggerire un collegamento con doni distribuiti dall’imperatore ad alti dignitari, soprattutto quando sono utilizzate emissioni coniate in occasioni particolarmente significative dal punto di vista propagandistico. A questo proposito si possono menzionare i quattro preziosi pendenti recanti al centro un doppio solido di Costantino I, di provenienza ignota e oggi divisi tra Parigi, Londra e Washington (fig. 18), certamente da interpretare come doni dell’imperatore a membri della corte in occasioni importanti, in cui risultano chiaramente evidenti sia l’intento celebrativo che la funzione politico-ideologica, oltre al valore intrinseco 97. L’uso di indossare gioielli ornati con monete come segno di prestigio e di distinzione è noto sia in Occidende che in Oriente e trova continuità anche nell’impero bizantino, sebbene si modifichino tecniche e motivi decorativi, con esiti particolarmente appariscenti e lussuosi. Assai significativi in questo senso risultano le due collane, databili tra VI e VII secolo, facenti parte del tesoro di Antinoe, in
età romana fra Oriente e Occidente, in L’Africa Romana. Atti del XV Convegno Internazionale: ai confini dell’Impero: contatti, scambi, conflitti, (Tozeur 2002), Roma 2004, 39-58. 94 Baldini Lippolis, L’oreficeria, 113-114. 95 Isidoro di Siviglia, nel VI secolo, riferisce dell’uso sia maschile che femminile di indossare collane, sebbene distingua diverse tipologie: il torques, anche con pendenti, è usato preferibilmente dagli uomini, mentre catenelle e monili, cioè gioielli con inserti di gemme, fanno normalmente parte dell’abbigliamento delle donne (Etym. XIX, 31, 11-12). Cfr. Baldini Lippolis, L’oreficeria, 121; Perassi, Nomismata, 919. 96 Cfr. A. J. Bruhn, Coins and Costume in Late Antiquity, Washington 1993, 1. 97 Pirzio Biroli Stefanelli, L’oro dei Romani, 92-94, cat. nn. 255-257, con bibliografia precedente; Baldini Lippolis, L’oreficeria, 1.III.2 e cat. 2. III.6.c.3. I medaglioni presentano in tre casi doppi solidi emessi dalla zecca di Sirmium, databili al 321 d.C., emessi in occasione del II consolato dei figli di Costantino I, Crispo e Costantino II, e in un caso un esemplare databile al 324 d.C., da riferire al loro III consolato.
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Egitto 98 (fig. 19), in cui il torques include una sorta di pettorale costituito da monete d’oro (in un caso si tratta di monete d’oro di Antemio, Basilisco, Teodosio I, Teodosio II e Giustiniano, mentre nell’altro sono presenti esemplari di Maurizio Tiberio, Giustino e Tiberio II), che si distribuiscono in un arco cronologico che va dal 527 al 602, montate ai lati di un elemento centrale che imita un medaglione imperiale. Dal III, ma soprattutto, nei secoli successivi acquista particolare rilievo, come espressione di prestigio sociale, l’uso delle fibule per fermare il mantello sulla spalla, come si evince dalla testimonianza delle fonti letterarie ed iconografiche 99. Fibule in oro, di foggia tipicamente maschile, venivano offerte in dono dall’imperatore agli alti ufficiali in occasioni particolarmente significative, come sembra attestare il peso di alcuni esemplari, corrispondente a quello di cinque solidi, che confermerebbe la testimonianza delle fonti e spiegherebbe la presenza di formule beneauguranti all’indirizzo dell’imperatore, spesso incise sull’arco 100. In questa tipologia di gioielli è documentato anche l’uso di elementi monetali, presente sia in ambito longobardo che bizantino e ben esemplificato dalla fibula rinvenuta a Canosa, in Puglia, realizzata con un solido di Zenone e databile alla metà del VI secolo 101 e dai due esemplari venuti in luce negli scavi della necropoli di Villa Clelia (Imola), con solidi di Onorio e di Valentiniano III, realizzati in epoca longobarda 102 (fig. 20) trasformati in fibula fissando un ago con molla e piccola staffa sul rovescio e quindi lasciando in vista il dritto con il ritratto imperiale. Particolarmente efficace nella ostentazione del proprio rango è anche la tipologia delle cinture; se alcuni pezzi risultano di difficile interpretazione 103, un esem98 Il tesoro rinvenuto agli inizi del XX secolo, nei pressi di Antinoe, nell’Egitto centrale, è composto da 34 pezzi ora divisi tra New York, Londra, Washington e Berlino. I due torques sono ora conservati uno a Berlino (Staatliche Museen-Preussischer Kulturbesitz) e l’altro a New York (Metropolitan Museum of Art); Evans, The Arts of Byzantium, 19; Baldini Lippolis, L’oreficeria, 40, 122 e 123, fig. 55; Cat. III.3.2-3, con bibliografia precedente. Il pezzo oggi a Berlino, che è arricchito da un grande medaglione con scena dell’Annunciazione, appeso al pettorale, renderebbe assai sfumata la distinzione fatta da Isidoro di Siviglia relativamente alla tipologia delle collane, considerando l’iscrizione che lo connota come gioiello femminile: in caratteri greci si legge infatti «Signore proteggi colei che (lo) indossa». 99 Nella biografia di Aureliano (SHA, Divo Aurel., XLVI, 5) si fa riferimento alla necessità di una autorizzazione imperiale per indossare fibule d’oro al posto di quelle d’argento, utilizzate fino a quel momento; Baldini Lippolis, L’oreficeria, 153; per qualche esempio di questo uso si possono citare iconografie assai note, quali i dittici di Stilicone e di Areobindo o i mosaici parietali di S. Vitale e di S. Apollinare in Classe a Ravenna. 100 Cfr. nota 16. Pirzio Biroli Stefanelli, L’oro dei Romani, 96 e 98. 101 C. D’Angela, L’epilogo longobardo, in Principi, imperatori, vescovi. Duemila anni di storia a Canosa, Venezia 1992, 909-915; Baldini Lippolis, L’oreficeria, 165, cat. IV.4.d.1. 102 Brenot, Metzger, Trouvailles, 334; Ercolani Cocchi, Gioielli monetari, 78; F. Marzatico, P. Gleirscher (a cura di), Guerrieri, principi ed eroi fra il Danubio e il Po dalla preistoria all'alto Medioevo, catalogo della mostra (Trento 2004), Trento 2004, 753-754, nn. 10.25.a, 10.25.b. 103 Cfr. Pirzio Biroli Stefanelli, L’oro dei Romani, 272, n. 258, tav. LIX, fig. 283; Baldini Lippolis, L’oreficeria, cat. IV.4.b.2-3.
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pio assai significativo è l’esemplare rinvenuto a Karavas (Cipro), ora conservato al Metropolitan Museum di New York 104 (fig. 21). Si tratta di una catena composta da monete e medaglioni d’oro, probabilmente indossata come insegna del proprio ruolo da parte di un funzionario imperiale: il segmento centrale è realizzato con quattro medaglioni emessi da Maurizio Tiberio, verosimilmente coniati per essere distribuiti ad ufficiali e nobili in occasione della assunzione del consolato nel 583, come sottolinea la tipologia del dritto, raffigurante l’imperatore in abiti consolari, con la mappa, mentre il rovescio lo rappresenta in abiti militari, su quadriga trionfale sormontata da Vittoria. Completano il gioiello altre 13 monete d’oro, tra cui una di Teodosio II (402-450) e quattro del regno congiunto di Giustino I e Giustiniano (518-527), della zecca di Costantinopoli, che lasciano intravvedere, dato l’ampio excursus cronologico delineato, la possibilità di una trasmissione familiare di questi oggetti preziosi e prestigiosi. A completare la tipologia dei monili decorati con monete si possono infine ricordare anelli, come quello rinvenuto a Nissoria in Sicilia 105 e bracciali, tra cui quelli provenienti dal Fayum in Egitto e ora conservati a Washington, nella collezione Dumbarton Oaks, databili, sulla base degli esemplari monetali utilizzati, tra VI e VII secolo 106. Complessivamente, dall’analisi delle occasioni di distribuzioni monetarie e delle emissioni ad esse riconducibili, risulta evidente come le elargizioni rappresentassero un vero e proprio strumento politico e come le occasioni pubbliche connesse risultassero momenti di straordinaria coesione, sfruttabili come punti di forza su cui far leva nella ricerca e nella acquisizione del consensus, sia da parte dell’imperatore che dei magistrati; la legittimazione di questi ultimi era, del resto, garanzia della continuità della istituzione imperiale, fortemente condizionata dal potere dei funzionari e sempre più sottoposta alla necessità di adattare e di rappresentare il potere secondo la dimensione dell’immaginario simbolico collettivo.
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Evans, The Arts of Byzantium, 37. Baldini Lippolis, L’oreficeria, 192, cat. VII.2.b.12. Baldini Lippolis, L’oreficeria, 178, cat. VI.1.c.3-4.
3. - Multiplo in oro coniato per commemorare la liberalità di Costanzo II e Costante, 351-354 d.C. (Leningrado, Ermitage) (da Gnecchi 1912, tav. 10, 8).
1. - La “sparsio” nel Calendario del 354. Costanzo II, con le insegne consolari, dispensa monete (da Bastien 1992-1994, tav. 195).
4. - Piatto in argento dal tesoro di Karavas, Cipro, 629-630 d.C. (New York, Metropolitan Museum) (da Evans 2001). Immagine della presentazione di David a re Saul; a terra un modio e due sacchi.
5. - Dittico di Boezio. Particolare (Brescia, Museo della città).
2. - Insegne del comes sacrarum largitionum nella “Notitia dignitatum” (da Baldini Lippolis 1999, p. 20).
6. - Dittico di Oreste. Particolare (Londra, Victoria and Albert Museum).
293
7. - Multiplo di otto aurei di Costanzo Cloro, zecca di Treviri, 293-306 d.C. (Parigi, Bibliothèque Nationale de France, Cabinet des Médailles).
9. - Multiplo in oro di Costantino, zecca di Nicomedia, 330-331 d.C. (da RIC VII, tav. 21, 170). 8. - Multiplo da quattro solidi di Onorio, zecca di Mediolanum, 395-402 d.C. (Berlino, Staatliche Museen).
10. - Multiplo in argento di Costantino, zecca di Costantinopoli, 330 d.C. (Milano, Civiche Raccolte Archeologiche e Numismatiche.
11. - Solido con imperatori in abiti consolari che danno inizio alle corse nel circo, zecca di Mediolanum, 396 d.C. (da Bastien 1992-94, tav. 213, 1).
12. - Solido di Onorio in abiti consolari, zecca di Ravenna, 422 d.C. (da Bastien 1992-94, tav. 219, 3).
13. - Contorniato dell’età di Valentiniano III con raffigurazione del console, 433 d.C. (da RIC X).
14. - Solido di Valentiniano III in abiti consolari (da Bastien 1992-94, tav. 223, 6).
15. - Dittico di Basilio, particolare (Firenze, Museo Nazionale del Bargello).
16. - Solido coniato per l’ottavo consolato di Valentiniano III, zecca di Roma, 455 d.C. (da RIC X).
17. - Medaglione di Costanzo II, zecca di Roma, 350 d.C. Al rovescio le personificazioni di Roma e Costantinopoli (da RIC VIII, tav. 12, 404).
18. - Pendente aureo con doppio solido di Costantino I, zecca di Sirmium, ante 326 d.C. (Washington, Dumbarton Oaks Collection)(da Pirzio Biroli Stefanelli 1992, fig. 282).
20. - Fibula ricavata da un solido di Onorio dalla necropoli di Villa Clelia, zecca di Ravenna, 408 d.C. (Imola, Museo Civico).
19. - Pettorale dal tesoro egiziano di Antinoe, metà VI sec. d.C. (New York, Metropolitan Museum)(da Evans 2001, p. 19).
21. - Cintura composta da monete auree dal tesoro di Karavas, Cipro, VI-VII sec. (New York, Metropolitan Museum)(da Evans 2001, p. 37).