Gioielli monetali tardoantichi: alcuni dati per il territorio dell'Emilia Romagna morepublished in A.L. Morelli, I. Baldini Lippolis (eds.), Oreficeria in Emilia Romagna. Archeologia e storia tra età romana e medioevo, Bologna 2010, pp. 139-161. |
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Alma Mater Studiorum - Università di Bologna
Oreficeria in Emilia Romagna
Archeologia e storia tra età romana e medioevo
a cura di Anna Lina Morelli, Isabella Baldini Lippolis
Ornamenta
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Con il contributo di
© 2010 Ante Quem soc. coop. Ante Quem soc. coop. Via San Petronio Vecchio 6, 40125 Bologna - tel. e fax +39 051 4211109 www.antequem.it redazione e impaginazione: Enrico Gallì ISBN 978-88-7849-049-9
INDICE
Anna Lina Morelli, Isabella Baldini Lippolis Introduzione Isabella Baldini Lippolis, Julian Bogdani, Erika Vecchietti Il progetto JiC, archivi e riviste in rete: verso una forma aperta di conoscenza Daniela Rigato Doni preziosi nelle iscrizioni sacre di età romana della regio octava Maria Teresa Guaitoli Oreficerie romane del Museo Civico Archeologico di Bologna Francesca Cenerini Indossare gioielli: il luxus femminile in Emilia Romagna Chiara Guarneiri Ornamenta muliebris: il corredo della sepoltura in cassa plumbea della stazione di Faenza Erica Filippini Imagines aureae. Le emissioni in oro di Giulia Domna Maria Grazia Maioli Oggetti di ornamento e materiali in piombo a imitazione degli argenti Giovanni Assorati Nuovi simboli di ricchezza nell’Emilia Romagna paleocristiana attraverso le fonti letterarie
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Michelle Beghelli Porpora, oro e pietre preziose nei testi biblici Anna Lina Morelli Gioielli monetali tardoantichi: alcuni dati per il territorio dell’Emilia Romagna Renata Curina Corredi dalla necropoli tardoantica di Casteldebole (Bologna) Cinzia Cavallari Oggetti d’ornamento di età tardoantica e altomedievale del Museo Didattico del Territorio di San Pietro in Campiano (Ravenna): schedatura preliminare di alcuni reperti inediti Joan Pinar Gil Chlamys e cingulum nel tardo V secolo. Tre rinvenimenti dall’Emilia Romagna Paola Porta L’Anello del Reno del Museo Civico Medievale di Bologna Mauro Librenti Materiali dalle necropoli bassomedievali dell’Emilia Romagna Cristina Chiavari, Gian Luca Garagnani, Carla Martini Ricerche di archeometallurgia in Emilia-Romagna: i materiali non ferrosi Anna Maria Capoferro Cencetti Un prodigio d’alchimia: il vetro nei monili del mondo antico Marco Casagrande Lo spillone del tesoro di Domagnano: progettualità ed antico nell’attività orafa Cinzia Cavallari, Adelmo Garuti La collezione di strumenti orafi della famiglia Garuti di Sasso Marconi (Bologna)
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GIOIELLI MONETALI TARDOANTICHI: ALCUNI DATI PER IL TERRITORIO DELL’EMILIA ROMAGNA
Anna Lina Morelli
L’analisi della moneta in funzione ornamentale prevede innanzi tutto un rigoroso approccio metodologico poiché questo uso connota una serie assai ampia di manufatti, differenziati sia per le caratteristiche tecniche di realizzazione che per il contesto culturale di riferimento, esteso sia in senso geografico che cronologico1. Per un corretto inquadramento del fenomeno è necessario comprendere innanzi tutto la valenza rivestita dalla moneta in sé, in quanto oggetto al quale, nel mondo antico, era affidata una comunicazione capace di agire su vasta scala, sebbene orientata univocamente, promanando dalla autorità costituita. In epoca imperiale, in assenza di media capaci di una comunicazione critica, la moneta costituiva, infatti, uno strumento potentissimo di autocelebrazione del potere e di diffusione capillare dei motivi ideologici che lo connotavano e che trovavano espressione attraverso i tipi e le legende. Questi elementi assumevano così un significato simbolico straordinario, tendente a comunicare un’idea di sicurezza, di fiducia e di stabilità garantite dall’imperatore, ulteriormente rafforzato dalla componente economica, derivante dal contenuto intrinseco della moneta stessa. L’efficacia in questo senso delle immagini e delle scritte monetali scaturiva dalla ripetizione continua delle stesse formule attraverso i vari mezzi di comunicazione disponibili, il che generava una sorta di interiorizzazione dei messaggi positivi che giungevano dalla autorità, con una conseguente messa in atto, da parte degli esponenti della classe dominante, della medesima strategia comunicativa, grazie alla quale essi potevano esplicitare la propria adesione all’ideologia del potere e rafforzare la propria identità all’interno del sistema.
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Per un inquadramento generale delle caratteristiche della gioielleria monetale in epoca romana si rimanda a MORELLI 2009, con bibliografia di riferimento. 139
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In questa prospettiva la moneta svolgeva, dunque, una precisa funzione secondo due piani di utilizzo: da un lato l’ambito direttamente riferito all’imperatore, che ne disponeva in senso assoluto, controllando, cioè, anche l’ideologia che essa trasmetteva, e dall’altro quello collegabile a chi la possedeva, la utilizzava e, talvolta, la ostentava come manifestazione di prestigio personale. Attraverso la moneta, ma ancor più attraverso il gioiello monetale, che ne enfatizzava la valenza simbolica, elementi dell’ideologia e dell’arte imperiale entravano in tal modo a far parte dell’ambito figurativo privato, sebbene rimanga spesso difficile interpretare, nei singoli casi, le motivazioni specifiche, oltre che personali, alla base di ciascuna selezione. L’uso della moneta in funzione ornamentale non è, infatti, riconducibile semplicemente a scelte di tipo decorativo, ma risponde alla precisa volontà di inserire nell’autorappresentazione privata la celebrazione dell’imperatore, come evidenzia la consuetudine, con pochissime eccezioni, di esibire il gioiello lasciando in vista il lato della moneta recante il ritratto del detentore del potere. Va sottolineato, inoltre, che in epoca imperiale la produzione comprendeva sia emissioni regolari, rispondenti alle necessità della circolazione, in cui tipi e legende riflettevano temi propagandistici ricorrenti, sebbene spesso connessi ad eventi specifici, che coniazioni straordinarie, nelle quali veniva espressa al massimo livello la funzione celebrativa e commemorativa del documento monetale. Si tratta, in quest’ultimo caso, dei cosiddetti multipli, esemplari che tendevano a rapportarsi con i nominali presenti nel sistema monetale vigente, anche se il loro ruolo nella circolazione era praticamente inesistente e nei quali la particolare cura formale si univa all’alto valore intrinseco, il che li rendeva adatti ad essere utilizzati come doni assegnati ad una ristretta cerchia di persone, sostanzialmente destinati ad essere utilizzati come status symbol e ad essere tesaurizzati2. La realizzazione di multipli, in un primo tempo prevalentemente di bronzo, si intensifica a partire dall’età di Adriano, ma trova particolare affermazione nel corso del III secolo, soprattutto per quanto riguarda la produzione in metallo prezioso, che sembra assumere una configurazione precisa in epoca dioclezianea, probabilmente in corrispondenza dei cambiamenti apportati alla burocrazia finanziaria. È in questo momento che si configura, infatti, la separazione degli uffici che,
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Per i multipli vd. GNECCHI 1912; TOYNBEE 1986; ALFÖLDI 2003.
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Gioielli monetali tardoantichi: alcuni dati per il territorio dell’Emilia Romagna
dopo la riforma di Costantino, diventeranno di competenza, da un lato, del comes rei privatae e, dall’altro del comes sacrarum largitionum; quest’ultimo ufficio era competente sulle emissioni in metallo prezioso, comprese quelle straordinarie, e sulla produzione di gioielli, argenteria e manufatti di particolare pregio, destinati ad essere utilizzati come donativi imperiali, insieme all’oro e all’argento monetati3. Queste categorie di oggetti trovano, non a caso, un uso ed una diffusione particolarmente rilevanti proprio in epoca tardo antica, in cui si realizza una dilatazione dell’ambito dei privilegi e delle gratificazioni imperiali, secondo una distribuzione centrifuga, che dal dominus promanava verso la cerchia degli alti dignitari, magistrati e ufficiali degli eserciti, ai quali questi oggetti preziosi arrivavano come dono, con lo scopo primario di ottenerne la fedeltà. In tale prospettiva i gioielli realizzati con monete possono fornirci utili indicazioni anche dal punto di vista della gerarchia sociale, dato che il sistema monetale, articolato in nominali di diverso valore, offriva la possibilità di creare manufatti più o meno preziosi, che consentivano di esprimere a vari livelli la propria appartenenza o vicinanza all’entourage del potere e la propria adesione all’ideologia imperiale nell’intenzione di trarne, naturalmente, un vantaggio personale. I multipli costituivano, dunque, la manifestazione concreta della benevolenza e della generosità dell’imperatore nei confronti degli alti dignitari di corte e degli ufficiali dell’esercito, ma rappresentavano anche un richiamo alla loro lealtà, ed è con questo stesso obiettivo che ai grandi beneficiari dell’impero si aggiunsero, in progresso di tempo, i principi stranieri, capi barbari, membri delle élites germaniche, ai quali venivano inviati pezzi straordinari come dono-tributo, giustificati dalla volontà e dalla stretta necessità di assicurarsene l’appoggio. In questo contesto monete e multipli venivano ad assumere, in sostanza, il ruolo di media nei rapporti di potere, rivestendo così la funzione di status symbol anche all’interno della realtà sociale barbarica. Le fonti romane menzionano sovente i grandi quantitativi d’oro pagati dall’autorità imperiale, che potevano essere costituite da monete, gioielli e oggetti preziosi di vario tipo, come mostrano le stesse iconografie di emissioni straordinarie, destinate a donativi e ad elargizioni4. Parallelamente, i dati archeologici consentono di rile3 4
DELMAIRE 1989; GREGORI 2001-2003; MORELLI 2007. DELMAIRE 1989, p. 489, ricorda il passo di Zosimo (4, 40, 8), in cui a Teodosio viene rimproverato di donare ai Goti torques d’oro. Sulle elargizioni in epoca tardo anti141
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vare una particolare concentrazione di rinvenimenti di materiali preziosi (monete, gioielli, vasellame), talvolta veri e propri tesori, nei territori lungo il limes renano e danubiano, soprattutto a partire dall’età di Valentiniano I5. Alcuni esempi, che hanno come comune denominatore il territorio dell’Emilia Romagna, per la loro produzione o per il contesto di rinvenimento, possono costituire il punto di partenza per qualche riflessione, pur con il limite derivante dalla mancanza di un quadro aggiornato dei ritrovamenti archeologici, che condiziona notevolmente la possibilità di comprendere fenomeni diffusi, di istituire confronti e di elaborare ipotesi fondate. Nell’ambito del territorio preso in esame, il trasferimento della capitale d’Occidente a Ravenna nei primi anni del V secolo e, contestualmente, l’apertura della zecca per la moneta preziosa nella nuova sede imperiale costituiscono un dato fondamentale. La presenza della corte forniva infatti le premesse giuridiche necessarie, per cui la zecca palatina iniziò immediatamente a produrre, essendo in collegamento diretto con il potere, fonte dello ius cudendi, e continuò, con pochissime e brevi interruzioni, fino al crollo politico dell’Impero romano d’Occidente6. Per il periodo da Onorio a Valentiniano III, cioè dal 402 al 455 d.C., la documentazione monetale attesta a Ravenna una produzione esclusivamente in metallo prezioso, articolata in tutti i nominali: solidi e tremissi in oro, miliarensi, silique e mezze silique in argento, ma anche multipli. La coniazione di pezzi straordinari da parte della zecca ravennate risulta, però, allo stato attuale delle nostre conoscenze, assolutamente limitata, per cui assumono un significato storico-documentario importantissimo i multipli aurei, montati come pendenti di collane, che facevano parte di un tesoro assai consistente, composto da gioielli e monete d’oro, rinvenuto nel 1715 a Velp, nel territorio dell’attuale Olanda7. Del nucleo di materiali preziosi facevano parte cinque pendenti monetali, tre dei quali sono stati realizzati con multipli in oro a nome di Onorio, di cui due, emessi a Ravenna, sono attualmente conservaca e sulle emissioni monetali ad esse destinate si veda MORELLI 2007, con bibliografia di riferimento. BURSCHE 2000; QUAST 2009; DEPEYROT 2009. Sulla produzione della zecca di Ravenna cfr. MORELLI c.d.s. Per questo tesoro si vedano GRIERSON, MAYS 1992, pp. 294 e ss. e BURSCHE 2000; tra gli studi più recenti, BELIËN 2008 e QUAST 2009, con bibliografia precedente.
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ti a Parigi e ad Utrecht, mentre il terzo, emesso dalla zecca di Milano, pure conservato a Parigi, è stato rubato nel 1831. I due esemplari prodotti a Ravenna appartengono alla serie caratterizzata al rovescio dalla legenda GLORIA ROMANORVM, associata alla personificazione di Roma in trono, con lancia/lungo scettro e globo, e ai lati la sigla di zecca R-V, oltre all’indicazione COMOB in esergo, che esplicitava il controllo del comitatus imperiale nella coniazione dell’oro puro (obryzum), mentre al dritto l’iscrizione D N HONORI VS P F AVG accompagna il busto di Onorio, con diadema di perle e gemma centrale, corazza e paludamentum. (figg. 1 e 2) I multipli, corrispondenti al valore di 4 solidi e 1/2, sono in ottimo stato di conservazione e sono racchiusi entro cornici d’oro, costituite da fasce concentriche alternativamente lisce e decorate a lunette, rinforzate al rovescio con elementi a “V”, e munite di appiccagnolo. I pendenti, realizzati con la medesima tecnica e con gli stessi motivi decorativi, hanno però caratteristiche intrinseche leggermente diverse8. La datazione degli esemplari a nome di Onorio è verosimilmente da porre tra 402-3 o 405-6 d.C. per l’esemplare incastonato nel pendente conservato ad Utrecht9 e tra 410 e 423 d.C. per quello di Parigi10. Altri due pendenti, pure appartenenti al tesoro di Velp rinvenuto nel 1715, sono invece realizzati con multipli a nome di Galla Placidia, entrambi emessi a Ravenna; anche di questi uno è conservato a Parigi, l’altro ad Utrecht. Questi esemplari recano al dritto l’iscrizione DN GALLA PLA CIDIA P F AVG, associata al busto dell’Augusta, con diadema e collana di perle, orecchini e fibula e con il monogramma di Cristo sulla spalla, e sono accomunati dal rovescio con legenda SALVS REIPVBLICAE, che accompagna la figura imperiale in trono, frontale, con il globo e la mappa, probabilmente da identificare con Valentiniano III, in occasione della salita al trono; ai lati compaiono le lettere R-V, indicative della zecca, e in esergo la sigla COMOB11. (Figg. 3 e 4) I multipli di Galla Placidia, montati entro cornici uguali a quelle realizzate per gli esemplari di Onorio, seppure con due soli rinforzi sul rove8
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L’esemplare conservato a Parigi ha un peso totale di g 74,10, un diametro complessivo di mm 66, a fronte di un diametro della moneta di mm 37, mentre l’esemplare conservato ad Utrecht ha un peso di g 61 e diametri, rispettivamente, di mm 60 e 34. Va rilevato, inoltre, che l’esemplare conservato ad Utrecht presenta sul rovescio soltanto te elementi di rinforzo della cornice, anziché quattro. Per l’identificazione del valore dei multipli monetali vd. RIC X, p. 11. Cfr. RIC X, n. 1284 (var.). Cfr. RIC X, n. 1318. Cfr. RIC X, n. 2009. Per il tipo di rovescio si veda RIC X, pp. 162-163. 143
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scio, sarebbero corrispondenti al valore 1 solido e 1/2, ma anche in questo caso i dati intrinseci dei due pendenti sono leggermente diversi12. La coniazione dei multipli a nome di Galla Placidia sarebbe da porre tra 426 e 430 d.C., cioè all’inizio del regno di Valentiniano III, datazione che costituirebbe anche il terminus post quem per il nascondimento del tesoro, considerando che le monete più recenti, menzionate come facenti parte dello stesso contesto, sarebbero da ascrivere all’usurpatore Giovanni (423-425 d.C.). Le monete identificate e solo in parte riprodotte dal Pleyte13, sembrerebbero estendersi lungo un arco di tempo di oltre cento anni, che attesterebbe la loro sopravvivenza come beni di prestigio e riserva di valore per almeno tre generazioni, secondo un uso ampiamente documentato nel mondo antico e più specificamente romano, in cui la conservazione di oggetti di pregio, in termini di contenuto intrinseco, era spesso determinata anche dal manifestarsi di un gusto di tipo antiquario14. Considerando il contesto di rinvenimento, va osservato che l’arco di tempo delineato dal ritrovamento di Velp consente di ipotizzare la presenza nel barbaricum15 di famiglie, i cui esponenti ricoprivano per decenni posizioni di rilievo all’interno dell’esercito romano16. In particolare, la scoperta effettuata nel 1851, presso la medesima località, situata pochi chilometri a nord del limes tardo antico, di un altro deposito di materiali preziosi, oggi conservati a Berlino17, potrebbe suggerire l’esistenza di un centro caratterizzato da una certa continuità di insediamento, malgrado la notevole mobilità di questi gruppi umani. Nello studio volto al recupero del significato di manufatti preziosi, come i pendenti monetali da Velp, risulta estremamente grave la perdita della integrità del contesto, dovuto alla sottrazione, subito dopo
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Per il valore dei multipli vd. RIC X, p. 12. Riguardo ai dati intrinseci, l’esemplare conservato a Parigi ha un diametro complessivo di mm 50, mentre la moneta è di mm 21 e il peso totale è di g 39,20; l’esemplare conservato ad Utrecht, con le stesse dimensioni, pesa g 40. PLEYTE 1887. A questo proposito, si possono menzionare le disposizioni legislative in vigore in epoca tardo antica. Cfr. DELMAIRE 1989, pp. 409-412. Sulla presenza nella gioielleria monetale di esemplari coniati in epoche assai precedenti il loro reimpiego in funzione ornamentale si vedano BRUHN 1993, PERA 1997 e FACSADY 1999-2000. Con il termine barbaricum si intendono i territori al di fuori degli ambiti geografici e culturali dell’impero romano, con particolare riferimento alle aree situate a nord del Danubio e ad est del Reno. Cfr. BURSCHE 2000, p. 762. QUAST 2009. Per il tesoro rinvenuto a Velp nel 1851 si veda, da ultimo, QUAST 2009 con bibliografia precedente.
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Fig. 1. Pendente aureo con multiplo da 4 solidi e 1/2 di Onorio. Tesoro di Velp, 1715. Parigi, Bibliothèque Nationale (da REINERT 2008, p. 246)
Fig. 2. Pendente aureo con multiplo da 4 solidi e 1/2 di Onorio. Tesoro di Velp, 1715. Utrecht, Geldmuseum (da REINERT 2008, p. 246)
la scoperta, di una parte delle monete (immediatamente fuse), mentre quelle rimaste sono attualmente disperse18. Questa perdita di dati preclude la possibilità di ricostruire le quantità e le zecche di prove18
Per le vicende occorse ai materiali che componevano il tesoro, successivamente al loro rinvenimento si veda, da ultimo, BELIËN 2008. 145
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Fig. 3. Pendente aureo con multiplo da 1 solido e 1/2 di Galla Placidia. Tesoro di Velp, 1715. Parigi, Bibliothèque Nationale (da REINERT 2008, p. 247)
Fig. 4. Pendente aureo con multiplo da 1 solido e 1/2 di Galla Placidia. Tesoro di Velp, 1715. Utrecht, Geldmuseum (da REINERT 2008, p. 247)
nienza delle singole emissioni e quindi di recuperare il nesso tra la produzione ravennate dei multipli montati nei pendenti e le coniazioni regolari di solidi ad essi associate, di calcolare l’ammontare del valore complessivo originario, ma anche di elaborare ipotesi sui percorsi e sulle modalità di acquisizione dei materiali presenti in questi tesori.
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Se le emissioni più recenti, tra quelle indicate come presenti nel nucleo originario, possono fungere soltanto da terminus post quem per il nascondimento, le montature dei multipli non forniscono ulteriori dati rispetto alla definizione cronologica e all’ambito culturale di riferimento, il che riporta, in particolare per la gioielleria monetale, alla complessa questione dei centri di produzione. Indubbiamente, si rivela ancora estremamente limitante l’assenza di studi tecnici sufficientemente dettagliati da fornire risposte precise sulle tecniche di lavorazione e, in questa prospettiva, i gioielli monetali, costituiti da un oggetto standardizzato e prodotto in serie (la moneta o il multiplo), sebbene da zecche diverse, poi “personalizzato” attraverso il suo inserimento in un monile di varia tipologia, potrebbero rappresentare una chiave di lettura particolarmente interessante19. Di fronte alla difficoltà di inquadrare beni di prestigio, quali i pendenti da Velp, come status symbol propri dell’ambiente romano, successivamente giunti oltre il limes, o, viceversa, come prodotti direttamente destinati al contesto barbarico, si deve valutare la duplice possibilità di centri di produzione imperiali per la preparazione dei gioielli finiti, come pure di centri di raccolta delle emissioni romane in territorio barbarico, con successiva trasformazione in gioiello e redistribuzione presso le élites locali20. Rispetto a questa problematica, appare ancora di difficile definizione il ruolo delle zecche, tenendo conto che la realizzazione di gioielli particolarmente preziosi e raffinati richiedeva maestranze con competenze tecniche notevoli, oltre ad ambienti di lavoro sicuri e protetti. Nel caso dei pendenti da Velp, la sostanziale identità dei motivi decorativi e della tecnica di realizzazione delle cornici rendono verosimile l’ipotesi che le montature siano state eseguite in un unico atelier e, probabilmente, dal medesimo artigiano in momenti tra loro vicinissimi. Se appare difficile attribuire il lavoro a qualche centro preciso, va comunque tenuta in conto anche la possibilità di una produzione effettuata a Ravenna sotto il diretto controllo del comitatus imperiale, quando non nella stessa zecca, alla quale poteva essere affidato l’incarico di realizzare, con pezzi emessi appositamente, oggetti destinati a donativi di vario genere21. A questo proposito è importante osser-
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Va tuttavia segnalata, in questo ambito, la classificazione messa a punto da YEROULANOU 1999, con particolare riferimento all’opus inerrasile. BURSCHE 2000. Cfr. BARATTE 1990. 147
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vare che i multipli di Onorio e di Galla Placidia, inseriti nei pendenti di Velp, sono gli unici d’oro finora noti come prodotti dalla zecca di Ravenna, oltre che in quelle di Milano e di Roma – ma solo per i pezzi a nome di Onorio22 –, e insieme ai multipli d’argento con legenda di rovescio TRIVMFATOR GENT BARB, riconducibili a frazioni di 1/24 di libbra, pure battuti anche a Milano e a Roma23. Date queste premesse, rimane assolutamente nel campo delle ipotesi qualsiasi tentativo di spiegazione sulle circostanze grazie alle quali i multipli di Onorio e di Galla Placidia sarebbero giunti oltre il limes, su chi fosse il loro proprietario e sul significato loro attribuito da chi li indossava. Di conseguenza, risulta difficile comprendere la natura di questo come di altri tesori rinvenuti nell’area del barbaricum, la cui interpretazione come nascondimenti in momenti di pericolo, piuttosto che come offerta non meglio definibile, rimane una questione aperta24. Quelli di Velp, come altri ritrovamenti effettuati nella fascia immediatamente a ridosso del limes, nei territori delle odierne Olanda, Westfalia e Bassa Sassonia, consentono di ipotizzare, inoltre, nel corso del IV e poi nel V secolo, stretti contatti tra le élites barbariche delle diverse etnie, con forme comuni di autorappresentazione. Del resto, percorsi, spesso legati ai grandi bacini fluviali, mettevano in comunicazione gli spazi europei fino alle più lontane estremità geografiche, come attestano le vie dell’ambra, che dal mare del Nord e dal mar Baltico si snodavano fino al Mediterraneo. Testimoniano questi contatti, che appaiono particolarmente evidenti in centri di smistamento di prodotti che costituivano alcune delle principali importazioni romane, le notevoli quantità di solidi prodotti in zecche occidentali, presenti in tesori rinvenuti nei territori del nord, come quello di Gudme in Danimarca25. Se la circolazione di prodotti preziosi di alto livello lascia supporre una certa integrazione degli artigiani, oltre che una comunanza di gusto tra i committenti, è comunque chiaro che ciascun contesto rivela caratteristiche peculiari. Può risultare illuminante in questo senso osservare il diverso gusto estetico, esito di un differente ambi22 23
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Cfr. RIC X, n. 1201 (zecca di Milano) e n.1250 (zecca di Roma). Cfr. RIC X, nn. 1292 (zecca di Ravenna), 1216 (zecca di Milano) e 1260 (zecca di Roma). Per il valore corrispondente vd. RIC X, p. 14. MARTIN 1997; BURSCHE 2000; QUAST 2009. Di particolare interesse, rispetto all’interpretazione storica ed archeologica dei tesori, le considerazioni sviluppate in GELICHI 2004. Vd. QUAST 2009, con bibliografia.
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Fig. 5. Pendente aureo, completo di catena di sospensione, con multiplo da 4 solidi e 1/2 di Onorio. Dall’Egitto. Berlino, Staatliche Museen zu Berlin (da Ambrogio e Agostino 2004, p. 282)
to culturale, che caratterizza il pendente, completo di catena per la sospensione, proveniente dall’Egitto ed oggi conservato a Berlino (Fig. 5), che racchiude un multiplo di Onorio in tutto simile a quelli di Velp, ma coniato dalla zecca di Milano negli anni tra il 395 ed il 402 d.C.26. Il multiplo è inserito in una cornice formata da una larga fascia in opus interrasile, con volute accostate ad un motivo geometrico a forma di stella, ricorrente anche nei tessuti fabbricati in Egitto tra III e VI secolo d.C., ma assai frequente in molteplici contesti imperiali di epoca tardoantica27. La montatura, che presenta caratteristiche tecniche collocabili nel V secolo, potrebbe essere stata realizzata contestualmente alla coniazione del multiplo, perciò, anche in questo caso, è possibile ipotizzare sia una produzione del gioiello nell’ambito delle officine controllate dal comitatus imperiale, come pure una sua realizzazione in ambito orientale. Indubbiamente, la presenza di oggetti di pregio nei territori oltre il limes, come nel caso dei pendenti del tesoro di Velp, costituisce un
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RIC X, n. 1201; ALFÖLDI 2003, p. 380, n. 128 e PERASSI 2004, p. 906, con bibliografia precedente. Cfr. BRUHN 1993 e YEROULANOU 1999. 149
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indizio del progressivo inserimento delle comunità locali nei processi economico-monetari che connotavano questa fase dell’età imperiale e attesta l’emergere in ambito barbarico di élites dominanti, che adottano gli stessi modi di autorappresentazione della società romana. In buona sostanza, i dati archeologici, parallelamente alle fonti letterarie e ai dati prosopografici documentano la svolta politica che si concretizzò anche sul piano dei rapporti personali, nell’ottica di una netta apertura filo-barbarica. Per citare alcuni tra gli esempi più eclatanti, basti ricordare che Flavio Stilicone, già figlio di un generale vandalo al servizio di Roma, magister militum per l’Occidente, fu console nel 400, nel 405 sposò la nipote e figlia adottiva di Teodosio, Serena, e divenne suocero di Onorio, oltre che suo tutore; nel 395 Arcadio sposò Elia Eudossia, figlia di un generale franco e la stessa Galla Placidia, presa in ostaggio dai Goti dopo il sacco di Roma, divenne sposa del rex Ataulfo ed il loro figlio Teodosio, per i suoi vincoli di parentela, era destinato ad entrare nella successione ad Onorio. A partire dalla stipulazione di vincoli matrimoniali ai massimi livelli del potere, il progetto teodosiano di unione tra romani e barbari, intesa come strategia politica e culturale utile a garantire la pace nell’impero, dovette sfociare in un progressivo consolidamento, in ambito barbarico, di gerarchie sociali, che acquisirono e fecero propri codici di comunicazione romani, seppure differenziati a livello regionale, in rapporto al diverso sviluppo economico, sociale e politico, oltre che al differente grado di interazione reciproca28. Risulta sintomatico, in questo senso, il fatto che siano riconoscibili, oltre ad elementi della cultura materiale romana, reinterpretata secondo gusti ed usi autoctoni, riferimenti ponderali tali da presupporre un’economia di scambio predefinita, con pesi standard e loro multipli, come sembrano attestare i colliers d’oro che fanno parte del tesoro rinvenuto a Velp nel 185129. Lo studio della gioielleria monetale non può dunque prescindere dalla committenza, che, per il periodo e per il contesto qui preso in esame, poteva appartenere sia all’ambiente romano che a quello barbarico, unificati, però, dalla volontà di dare risalto all’immagine impe-
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Si vedano a questo proposito i saggi contenuti nella sezione Roma e i Barbari. Identità, rappresentazioni, scambi, confronto (I-III secolo d.C.), in AILLAGON 2008, pp. 54-171. QUAST 2009.
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riale, come si può evincere dagli stessi pendenti da Velp, in cui l’anello di sospensione risulta funzionale all’ostentazione del ritratto posto al dritto. L’univocità della scelta, riscontrabile, del resto, nella grandissima maggioranza dei gioielli monetali, porta a considerare come l’immagine imperiale sia da inquadrare secondo una chiave di lettura non solo figurativa, ma anche referenziale a vari livelli. Essa corrispondeva, infatti, ad un equivalente simbolico dello stesso imperatore, al punto da rappresentare, in sé, una garanzia, il che valeva per il denaro, come per il rispetto delle leggi o per la conformità di un certo operato. Indubbiamente, anche nell’ambiente del barbaricum, la rappresentazione del detentore del potere imperiale aveva esiti sulla connotazione di chi la ostentava, poiché, costituendo il vettore privilegiato dell’ideologia imperiale, essa era a tutti gli effetti una espressione di consensus, seppure adattabile, di volta in volta, a paradigmi figurativi diversi da parte delle varie culture che la recepivano. Le emissioni auree, sia di nominali regolari che di multipli, che inizialmente (dalla seconda metà del III secolo d.C.) dovevano affluire verso il barbaricum come bottino delle incursioni e delle scorrerie condotte entro i confini dell’impero, successivamente penetrano nei territori oltre il limes anche come soldo delle unità ausiliarie che com-
Fig. 6. Pendente aureo con imitazione barbarica di multiplo di Valentiniano I e Valente. Da Zagórzyn, Polonia, Staatliche Museen zu Berlin (da AILLAGON 2008, p. 241)
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battevano a fianco dei romani e poi, nel corso del V secolo, anche come dono nei contatti di natura politica, pratica che determinò anche fenomeni di imitazione (del resto riscontrabili per vari materiali, come la ceramica, le fibule o il vetro), che testimoniano l’importanza attribuita a questi oggetti nel mondo barbarico, in particolare presso le aristocrazie locali. A questo proposito, valga come esempio il multiplo d’oro montato a pendente (mm 84 e g 243 ca. in totale), proveniente da Zagórzyn nel territorio polacco ed oggi conservato a Berlino (Fig. 6), che costituisce una “interpretatio germanica” realizzata tra la fine del IV e l’inizio del V secolo della emissione di Valentiniano I e Valente con il tipo dell’adventus al rovescio (364-374/378 d.C.)30. Spesso i gioielli monetali, data la loro caratteristica di bene prezioso, ci sono giunti, come abbiamo visto, all’interno di tesori, variamente composti, frequentemente associati ad oreficerie di vario tipo, come pure a quantitativi più o meno consistenti di monete, ma in altri casi il loro rinvenimento è legato a contesti diversi, come quelli sepolcrali. Dal territorio dell’Emilia Romagna provengono due reperti particolarmente interessanti, recuperati nella necropoli di Villa Clelia presso Imola31. Si tratta di due fibule, ricavate rispettivamente da un solido battuto a nome di Onorio e da un altro emesso a nome di Valentiniano III (Figg. 7 e 8), che facevano parte del ricco corredo della tomba n. 185, rinvenuta parzialmente depredata, a cui appartengono anche altre due fibule decorate a cloisonné e ornate con teste d’aquila, un anello in oro con castone formato da tre granati, quattro ciondoli costituiti da un anello circolare in filo d’argento con perla in pasta vitrea ed una sfera con foro passante in cristallo di rocca32. I due esemplari monetali sono gli unici pezzi in oro rinvenuti nello scavo e sono stati trasformati in ornamenti tramite la semplice applicazione di un ago (attualmente perduto) con molla in lega d’argento e di una piccola staffa in oro. L’attacco di questi elementi sul rovescio, eseguito piut30 31
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Per questo pezzo eccezionale si veda BURSCHE 2000 con bibliografia. Si ringrazia il Soprintendente per i Beni archeologici dell’Emilia Romagna, dott. Luigi Malnati, ed il personale degli Uffici competenti, per la disponibilità nel consentirmi la visione autoptica delle due fibule. Per un’analisi complessiva del sito archeologico di Villa Clelia si veda CURINA, FARELLO, GELICHI, NOVARA, STOPPIONI 1990 con bibliografia precedente. CAVALLARI 2005, con bibliografia precedente. Per le fibule ricavate da solidi, si vedano, in particolare, ERCOLANI COCCHI 1978; EAD. 1979; EAD. 1993; EAD. 2006; MAIOLI 1979; EAD. 2004; RIEMER 2000, pp. 367 e ss.
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Fig. 7. Fibula aurea ricavata da un solido di Onorio. Necropoli di Villa Clelia, Imola (BO), SBAER inv. 18897 (per gentile concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, fotografia di Roberto Macrì)
Fig. 8. Fibula aurea ricavata da un solido di Valentiniano III. Necropoli di Villa Clelia, Imola (BO), SBAER inv. 18898 (per gentile concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, fotografia di Roberto Macrì)
tosto grossolanamente, soprattutto nella moneta a nome di Onorio, evidenzia come, per entrambi gli esemplari, l’utilizzo a scopo ornamentale prevedesse l’ostentazione del dritto, recante il busto imperiale. Nei due solidi i ritratti, con rispettiva iscrizione identificativa, sono associati al medesimo tipo di rovescio, caratterizzato dall’immagine dell’imperatore a figura intera, in atteggiamento di sopraffazione di un barbaro semisdraiato ai suoi piedi, con legenda che inneggia alla Vittoria e con la sigla R-V, che rimanda alla produzione della zecca di Ravenna. Questa raffigurazione, introdotta nelle emis153
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sioni di Onorio della zecca di Milano, viene in effetti adottata e battuta nella nuova capitale d’Occidente per la maggior parte del suo regno, ma non parrebbe utilizzata nelle emissioni ufficiali di Valentiniano III, per il quale risulta invece presente tra le cosiddette emissioni pseudo-imperiali. Questa produzione, caratterizzata da una evidente uniformità, sia nei tipi che negli elementi intrinseci, con la moneta imperiale, presenta un’identificazione non sempre agevole, basandosi esclusivamente sulle caratteristiche stilistiche delle iconografie e delle iscrizioni, oltre che su dati di rinvenimento difficilmente sintetizzabili in un quadro organico, il che determina tuttora posizioni diverse da parte degli specialisti33. Sulla base della classificazione proposta dal Kent in RIC X, le emissioni delle due fibule da Villa Clelia sarebbero da assegnare alla produzione pseudo-imperiale visigota e da collocate in un ambito cronologico compreso, rispettivamente, tra 418 e 423 d. C. per l’esemplare di Onorio34, e tra 425 e 430 circa per quello di Valentiniano III35. In questo periodo i gruppi di popolazioni che entravano in contatto e che si inserivano nel contesto romano in qualità di foederati erano ancora in una fase di ricezione della situazione monetaria che aveva caratterizzato l’impero romano di IV-V secolo, basata sul solido costantiniano del peso di 1/72 della libbra romana, cioè 4,5 gr. circa, che costituiva il riferimento teorico e pratico di valore, condizionando inevitabilmente le scelte di emissione delle popolazio33
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Pur non entrando, in questa sede, nel merito del dibattito tra gli specialisti, che è da considerarsi ancora aperto, tuttavia si può ricordare che uno degli elementi indicati come distintivi delle emissioni pseudo-imperiali sarebbe dato dalla forma della lettera G, più simile ad una C, a cui si aggiunge la incerta esecuzione di altre lettere, tra cui la S, mentre tra le peculiarità iconografiche vi sarebbe, ad esempio per Onorio, la forma particolarmente allungata del viso (Cfr. DEPEYROT 2009; KENT 1974 e ID. in RIC X, pp. 124, 129, 161 e 221-223; GRIERSON, BLACKBURN 1986, pp. 69-72; GRIERSON, MAYS 1992, pp. 69 e ss.; METCALF 1995). D/ DNHONORI VSPFAVG Busto di Onorio con diadema a doppio filo di perle e gemma centrale, corazza e paludamentum. R/ VICTORI AAVGG[G] L’imperatore stante, in abito miliare, con labaro nella destra e piccola vittoria nella sinistra, in atto di schiacciare con il piede sinistro un nemico a terra; ai lati R-V; in esergo C[OMOB]. SBAER inv. n. 18897; mm. 20,5; g. 5,47; 180°. (Cfr. RIC X, p. 451, n. 3704). D/ DNPLAVALENTI NIANV[S] PFAVG Busto di Onorio con diadema a doppio filo di perle e gemma centrale, corazza e paludamentum. R/ VICTORI AAVGGG L’imperatore stante, in abito miliare, con labaro nella destra e piccola vittoria nella sinistra, in atto di schiacciare con il piede sinistro un nemico a terra; ai lati R-V; in esergo C[OMOB]. SBAER inv. n. 18898; mm. 20; g. 5,29; 0°. (Cfr. RIC X, p. 453, nn. 3711-3712). La seconda serie, collocata tra 439 e 455 d.C. circa, vede la sostituzione del barbaro ai piedi dell’imperatore con il serpente a testa umana.
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ni stanziate ai confini, malgrado in ambiente barbarico la moneta aurea romana fosse sostanzialmente esclusa da qualsiasi funzione economica in senso stretto per diventare piuttosto oggetto di tesaurizzazione ed elemento di distinzione sociale36. Se, rispetto all’inquadramento come produzione visigota, qualche incertezza può permanere per l’esemplare a nome di Onorio, per il quale sono note anche emissioni ufficiali caratterizzate da questo tipo di rovescio37, il solido di Valentiniano III sarebbe invece riferibile esclusivamente ad una coniazione pseudo-imperiale, poiché alla zecca di Ravenna verrebbe attribuita soltanto la variante di rovescio con l’imperatore che calpesta il serpente a testa umana38. Tuttavia, data l’identità del contesto di rinvenimento, oltre che della tecnica di realizzazione delle due fibule, già evidenziata in passato39, è ipotizzabile che entrambi i solidi, fino ad ora identificati come emissioni imperiali prodotte dalla zecca ravennate, poi acquisiti e riutilizzati in funzione ornamentale dalle nuove genti di origine germanica presenti sul territorio, siano invece da interpretare come provenienti da un ambiente culturale non romano, il che, del resto, risulterebbe assolutamente in linea con le caratteristiche composite che connotano il corredo funerario nel suo complesso. La tomba era sicuramente femminile e i due gioielli monetali, posizionati sul petto della defunta, dovevano essere utilizzati per fissare la veste sulle spalle; l’anello era nella mano sinistra, mentre gli altri elementi del corredo, comprese le fibule a disco, erano localizzati fra la vita e le gambe, forse in origine appesi a nastri collegati alla cintura. L’identificazione delle monete, poi trasformate in ornamenti, come pseudo-imperiali, se non va a modificare sostanzialmente il terminus post quem che esse individuano, da collocare attorno al 430 d.C., costituisce però un elemento a favore della possibilità di intravvedere nella necropoli di Villa Clelia, in particolare in questa tomba femminile, l’emergere di una facies archeologica “protomerovingica”, come sembra suggerire la moda germanica occidentale delle due paia di fibule collocate sul petto e sul bacino40.
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I Visigoti di Ataulfo dal 417 erano insediati nell’Aquitania II, corrispondente alla Francia meridionale, mentre i Franchi erano presenti sul territorio dell’attuale Belgio e Francia settentrionale già dal IV secolo. Cfr. ARSLAN 2008, p. 527 e, più in generale per il contesto storico, DELAPLACE 2008. Cfr. RIC X, n. 1287. Cfr. RIC X, nn. 2001-2002. VON HESSEN 1978, p. 458. PÉRIN 2008, p. 343, ma ad un “nuovo costume merovingico di VI secolo” si faceva cenno già in VON HESSEN 1978, p. 459. 155
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Fig. 9. Fibula aurea ricavata da un multiplo da 3 solidi di Teoderico. Da Morro d’Alba (Senigallia), Museo Nazionale Romano (da AUGENTI, BERTELLI 2006, p. 197)
Il luogo di trasformazione delle monete in fibule è di difficile determinazione, rimanendo aperta, anche in questo caso, sia la possibilità di una lavorazione in territorio gallico che una fabbricazione in area ravennate, dato il contesto di rinvenimento. Ciò che appare estremamente significativo è l’utilizzo in funzione ornamentale di due monete, che esprime una situazione di commistione culturale – più che di integrazione –, riconoscibile nella volontà, da parte delle nuove genti presenti sul territorio, di utilizzare gli stessi strumenti di autorappresentazione del mondo romano, adattandoli a costumi diversi, probabilmente con l’intento di ostentare non tanto o non solo lo status socialmente elevato della defunta, quanto di manifestare un segno di vicinanza culturale ed ideologica con la tradizione romana. La tecnica di fissaggio della molla e della staffa, applicate direttamente sulle monete d’oro per farne ornamenti, suggerisce, del resto, il confronto, già più volte proposto, con il multiplo d’oro di Teoderico, rinvenuto casualmente presso Senigallia nel 1894, poi acquisito nella Collezione di Francesco Gnecchi e oggi conservato nel Medagliere del Museo Nazionale Romano, anch’esso trasformato in fibula tramite l’applicazione degli elementi utili, senza alcuna montatura ornamentale aggiuntiva (Fig. 9).
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Si tratta di un pezzo straordinario, un multiplo da 3 solidi, del diametro di 34 mm e del peso complessivo di g 15,32, emesso dalla zecca di Roma, probabilmente in occasione della visita del sovrano nel 500, di cui l’esemplare costituirebbe, appunto, una celebrazione ed anche una commemorazione. Sulla scia della consuetudine romana, il multiplo era certamente destinato ad essere utilizzato come dono ad un personaggio di grande rilievo, forse più precisamente come donativum ad un ufficiale dell’esercito e quindi successivamente predisposto per essere indossato come onorificenza di altissimo prestigio41. Di grande interesse appare l’iconografia che lo caratterizza e che vede la commistione di elementi appartenenti alla tradizione romana e di altri di matrice barbarica: il sovrano indossa la corazza e il mantello, ma ha il capo scoperto, privo del diadema, si definisce Rex e Princis, titoli tipici dei sovrani germanici, ai quali aggiunge l’appellativo di Pius, appartenente alla titolatura imperiale, e si proclama, al rovescio, Victor Gentium, in associazione all’immagine della Vittoria che regge la corona d’alloro42. Al di là delle vicende più strettamente legate al territorio e al contesto di rinvenimento, per i quali si rimanda all’ampia bibliografia di riferimento43, va sottolineato come l’importanza di questo gioiello consista nella chiara volontà del sovrano goto di porsi in diretta continuità con il mondo romano, attraverso il recupero dell’ideologia, ma anche degli strumenti dell’autorappresentazione imperiale.
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Sul “medaglione” di Teoderico e sul contesto culturale di riferimento si vedano i saggi raccolti nel recente lavoro di BARSANTI, PARIBENI, PEDONE 2008, con ampia bibliografia di riferimento, oltre ad ERCOLANI COCCHI 2006. La Vittoria sul globo, raffigurata come attributo nelle mani di Teoderico, oltre che come motivo centrale sul rovescio, riprodurrebbe la statua collocata da Augusto nell’aula del senato a Roma e, secondo la tradizione, offerta a Teoderico dai senatori in occasione della suo soggiorno romano nel 500 d.C. (vd. ALFÖLDI 1978 e ARSLAN 1993). In particolare, si rimanda alla esauriente bibliografia raccolta in BARSANTI, PARIBENI, PEDONE 2008. 157
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