Lo scavo nelle fornaci romane di Albinia (Orbetello-GR) moreCo-authored with C. Calastri and E. Vecchietti |
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LO SCAVO NELLE FORNACI ROMANE DI ALBINIA (ORBETELLO, GR)
Nuovi dati dalla campagna di scavo 2008
Nel corso della campagna di scavo 2008 sono stati presi in esame alcuni settori del complesso produttivo albiniese che, nella progressione delle indagini dal 2001, risultavano più vicini alla conclusione e alla comprensione finale delle questioni stratigrafiche e planimetriche rimaste aperte (Fig. 1): l’intento è stato, e lo sarà anche nelle prossime tre campagne, quello di completare la ricostruzione della storia del grande edificio in muratura delle fornaci gemelle. In particolare, si è agito nell’area antistante i prefurni dei grandi forni 1 e 2, all’interno della “cavità” di demolizione del forno 6 e nella corte sud-occidentale (l’ex vano-vasca). I risultati – a volte davvero inaspettati, come spesso è accaduto in questo sito – non sono mancati, a riprova di quanto il complesso artigianale di Albinia ancora tenga in serbo per gli studi futuri.
L’area antistante i prefurni delle fornaci 1 e 2 (Saggio 2)
L’area di lavoro antistante i due grandi forni settentrionali 1 e 2, già in gran parte sondata negli anni 2002 e 2006, conservava alcune stratificazioni residue, già attribuite alla fase di abbandono ed obliterazione di questo settore dell’edificio in muratura (Fig. 2); presso il margine meridionale dell’area indagata, poco ad Ovest dell’imboccatura del forno 2, la ripresa di un sondaggio del 2002 comportava la rimozione di una vasta US di obliterazione dello spazio d’uso antistante il corridoio del prefurnio (US 2300). Fra i materiali di demolizione e discarica contenuti nello strato, si riconoscevano i consueti frammenti di anfore (in prevalenza fondi di Dressel 1), ceramica comune e mattoni da fornace. La rimozione della US 2300 portava in luce i resti mal conservati di un tramezzo murario in mattoni crudi (US 2307, Fig. 3), che sembrava separare l’area antistante l’imboccatura del forno 2 da quella adiacente all’imboccatura del forno 1. La piccola struttura, impostata sui livelli d’uso residui dell’attività del forno 1, poteva essere segno di un tentativo di suddivisione interna dell’a-
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Fig. 1 - Albinia (GR): planimetria dello scavo delle fornaci con, in grigio, le aree di intervento 2008 (elaborazione: C. Calastri).
rea dei prefurni antecedente alla fine dell’attività del forno 1 ed alla definitiva separazione di questo settore dal resto dell’edificio, operata tramite la messa in posa della muratura in cementizio USM 2134. In seguito alla rimozione di alcuni lembi di stratigrafia appartenente alle fasi di demolizione ed abbandono del forno 1, era inoltre possibile isolare una piccola struttura muraria ad andamento semicircolare, collocata presso il settore settentrionale dell’area di prefurnio del forno 1. La piccola struttura (USM 2304, Fig. 4), costituita da un unico filare curvilineo di tegole e laterizi fratti, risultava in parte già asportata dal sondaggio Zeta del 2004, e poteva essere attribuita ad una delle fasi terminali di vita del settore nord-orientale dell’edifi-
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Fig. 2 - Area di prefurnio del forno 1 con i livelli carboniosi di accrescimento, da Sud.
Fig. 3 - Area di prefurnio del forno 2.
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Fig. 4 - Struttura US 2304 impostata su livelli d’uso del forno 1.
cio delle fornaci, quando quest’area, terminata la lunga attività del forno 1 e ormai separata dal resto della struttura, viene definitivamente abbandonata dalle attività produttive.
Le strutture del forno 6 (Saggio 4)
Sin dalle prime fasi di indagine in questo settore dell’edificio delle fornaci (Saggio 4), risalenti al 2004, il grande “vuoto” strutturale del forno 6 aveva destato particolare interesse, ancor più nell’ottica di una ricostruzione della seconda grande fase di vita dell’edificio stesso, quella, cioè, in cui quest’ultimo viene ristrutturato e ridotto di superficie, e vengono utilizzate solo due delle quattro grandi fornaci gemelle (i forni 6 e 7). A fronte di una prolungata sopravvivenza dell’adiacente forno 7 (sostanzialmente sino alla fine della vita dell’intero complesso), si registrava una quasi totale mancanza di strutture superstiti del forno 6, ad eccezione di parte della camicia di coibentazione del lato lungo meridionale; il restante spazio fra questa e, più a Nord, il forno 7, era occupato da un consistente scarico di macerie (in prevalenza mattoni da forna-
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ce frammentati e resti della camicia refrattaria in pezzame anforaceo minuto). Nell’intento di verificare l’eventuale presenza di allineamenti superstiti al di sotto del grande strato di demolizione, e quindi di analizzare la sequenza cronologica e i motivi dell’eventuale scomparsa totale di questa struttura, nel 2006 si è avviato lo scavo del settore, che per due anni ha registrato la complessa rimozione di una cospicua serie di scarichi di macerie, riversati all’interno del vuoto lasciato dalle strutture del forno. La campagna 2008 ha infine portato a compimento questa ricerca, mettendo in luce alcune delle murature superstiti del corridoio di cottura del forno. Queste, a dispetto delle premesse poco incoraggianti, risultavano in buono stato di conservazione, in particolare la pavimentazione in mattoni refrattari USM 4716, in tutto simile all’omologa pavimentazione del forno 2. Il piano, liberato da alcuni soprastanti strati di macerie compattate, risultava in connessione strutturale con una serie di allineamenti murari perimetrali, che andavano a formare il profilo rettangolare del corridoio di cottura (le spalle laterali e il muro di chiusura di fondo, Fig. 5); complessivamente, il lotto di murature
Fig. 5 - Corridoio di cottura del forno 6.
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mostrava una tecnica edilizia piuttosto approssimativa rispetto, ad esempio, alle omologhe strutture dei forni 1 e 2, basata sull’utilizzo prevalente di mattoni refrattari spezzati, evidentemente di reimpiego. Particolarmente mal conservati, e quasi invisibili nei residui del superiore scarico di macerie, erano gli attacchi delle arcate di sostegno del piano forato, individuabili soltanto in alcuni allineamenti superstiti di mattoni spezzati e, talvolta, addirittura di conglomerati argillosi ancora crudi.
La corte sud-occidentale (Saggio 4)
Un ulteriore settore dell’edificio che presentava problematiche planimetriche ancora aperte era la corte sud-occidentale, immediatamente dietro la parete di fondo dei forni 6 e 7. Occupata anch’essa da una serie corposa di scarichi di macerie, progressivamente riversati, a partire dalle fasi secondarie di vita
Fig. 6 - Ripartizione interna della corte sud-occidentale; al centro il muro USM 4725.
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dell’edificio, in uno spazio modificato e ormai defunzionalizzato rispetto all’utilizzo iniziale, la corte necessitava di un’indagine definitiva del setto murario centrale in opera cementizia di pietrame calcareo (USM 4077 e 4705), che la divideva, secondo i parziali dati portati in luce nelle precedenti campagne, in due spazi rettangolari omologhi, secondo la longitudine centrale del vano. L’asportazione delle unità stratigrafiche ancora riferibili agli scarichi portava in luce la porzione terminale del setto murario centrale, il quale, anziché concludere il proprio allineamento innestandosi nel muro perimetrale Nord USM 4087, circa a tre quarti della lunghezza piegava verso Ovest, per legarsi alla muratura perimetrale occidentale USM 4027 (Fig. 6). La circostanza permetteva di ricostruire una suddivisione interna della corte non in due vani omologhi e simmetrici come sempre ipotizzato, ma in uno spazio più grande ad “L”, a diretto contatto con la parete di fondo dei forni 6 e 7, ed uno più piccolo a pianta rettangolare, collocato nel settore sud-occidentale della corte stessa. CLAUDIO CALASTRI
La documentazione dello scavo
Questioni metodologiche Il trattamento del dato archeologico, anche grazie all’apporto delle nuove tecnologie (BOGDANI c.s.), si presenta ormai come un’operazione multidisciplinare; la complessità della realtà che si va a indagare è infatti tale per cui solo attraverso un continuo lavoro di équipe e un’assidua attività didattica e di comunicazione si possono raggiungere i migliori risultati. In questo frangente, lo sviluppo del lavoro in rete mediante l’utilizzo di banche dati condivise sul web rappresenta una possibile soluzione per un più efficace dialogo tra i vari esperti coinvolti nei gruppi di ricerca e un più agevole confronto dei dati in corso di studio. Ma oltre a ciò, serve anche a facilitare – in senso collaborativo e “multivocale” (HODDER 1992) – l’apprendimento, negli studenti più giovani, di una corretta terminologia e dei formati più adeguati a descrivere l’evidenza indagata: l’opportunità di gestire contemporaneamente tipologie di dati diverse e complementari (testo, immagini raster, rilievi vettoriali, ecc.), correlati tra di loro a vari livelli, permette infatti di approfondire quell’approccio contestuale che è fondamentale per una più organica comprensione delle dinamiche del mondo antico1.
Sull’archeologia contestuale cfr. GIANNICHEDDA 2002, p. 99 e MANACORDA 2008, pp. 223-226, entrambi con bibliografia. Di grandissimo interesse è, in questo senso, la sezione web del progetto di ricerca diretto da I. Hodder sul sito neolitico di Çatal Höyük in Turchia (www.catalhoyuk.com).
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La forte vocazione didattica, fondamentale per una sperimentazione funzionale alla gestione dei dati di un cantiere-scuola quale quello del Dipartimento di Archeologia dell’Università di Bologna ad Albinia, ha portato alla scelta di un sistema di archiviazione dati consultabile via internet, atto a garantire l’opportunità agli studenti, e non solo ai responsabili di settore e alla direzione scientifica della ricerca, di compilare e controllare la documentazione di scavo in progress, senza imporre a nessuno l’installazione di specifici software e senza dover scegliere tra determinati formati proprietari. L’insegnamento di uno specifico applicativo agli studenti può infatti essere vincolante per molte delle loro scelte future: metterli nelle condizioni di usare software libero li porterà a toccare con mano i vantaggi di un sistema gratuito (o almeno low cost) e di facile utilizzo, in grado di assicurare il massimo grado di interscambio e aggiornamento dei dati. È d’altra parte inutile negare che parte del successo dei software proprietari (si pensi ad esempio a Microsoft Office, ESRI ArcGIS o Autodesk AutoCAD) dipende dalla loro diffusione negli istituti scolastici e presso le pubbliche amministrazioni, fattore che ha determinato una vera e propria “acculturazione” degli utenti verso specifiche interfacce e formati. In tempi recenti, un vigoroso impulso allo sviluppo e alla riflessione metodologica sugli applicativi open source per l’archeologia è stato fornito da diverse iniziative delle Università di Siena e di Padova, culminate in una serie di giornate di studio dedicate al tema dell’Open Source, Free Software e Open Format nei processi di ricerca archeologici 2. Dall’analisi dello stato dell’arte appare chiaro che le più recenti esperienze di formati “aperti” in archeologia sono orientate verso lo sviluppo di: – piattaforme per la diffusione/pubblicazione dei dati presso un’ampia fascia di utenti, a vari livelli di accesso e con molteplici finalità (ricerca, valorizzazione, tutela e conservazione)3; – strumenti per la gestione dei dati provenienti dallo scavo e dalla ricognizione (CUNIOLO 2007; BEZZI et al. 2007);
La prima di queste iniziative, finalizzate a fare il punto della situazione e creare piattaforme di discussione comuni sull’utilizzo dell’open source nella ricerca archeologica, è BAGNARA, MACCHI JÀNICA 2007; la più recente (2008), tenutasi a Padova, è ora in corso di stampa. 3 Oltre al citato caso di Çatal Höyük (www.catalhoyuk.com), cfr. ad es. ALIVERNINI et al. 2007 per la Spina Verde di Como, BONOMI et al. 2007 per il web GIS dell’età del Bronzo in Italia settentrionale, DEMARCHI et al. 2007 per il Portale Informatico Culturale delle Alpi Occidentali, MACCHI JÀNICA et al. 2007 per l’Atlante dei Siti Fortificati della Toscana, il Progetto IRWEB per il censimento e la salvaguardia delle incisioni rupestri in Lombardia (R. POGGIANI KELLER, T. PACCHIENI, C. LIBORIO, M.G. RUGGIERO, D. VITALI, La catalogazione ed il monitoraggio conservativo dell’Arte Rupestre su Internet: il progetto IRWEB della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia, pubblicazione elettronica su http://www.irweb.it).
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– portali web per la condivisione e l’edizione online delle conoscenze, finalizzati alla promozione delle pubblicazioni elettroniche come sede di contenuti scientifici di pari valore rispetto alle edizioni cartacee4; – sistemi di scrittura collettiva e multivocale (wiki), che, oltre alla documentazione dell’evidenza archeologica sotto esame, consentono di tracciare (e ripercorrere a ritroso) i diversi processi mentali seguiti dagli archeologi durante il percorso di interpretazione (ZANINI, COSTA 2006, pp. 248-260). Avendo come obiettivo quello di creare un sistema ad hoc per il progetto di ricerca sulle fornaci romane di Albinia, il problema principale da tenere in considerazione per un’efficace gestione dei dati (BOGDANI c.s.) è stato il “policentrismo” del progetto stesso, portato avanti dall’Università di Bologna in convenzione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana e, dal 2006, con l’Università di Siena. La metodologia di archiviazione avrebbe allora dovuto principalmente assicurare un’efficiente e semplice condivisione dei dati, garantendo, da parte di tutte le istituzioni coinvolte (e dei relativi gruppi di ricerca) un accesso paritario e collaborativo alle risorse condivise, in virtù della “democraticità” di accesso alle risorse della conoscenza, assicurati dalla diffusione della rete. La prima scelta strategica è stata quindi quella del sistema di registrazione e gestione dei dati, ambito nel quale non si sono ancora affermati strumenti o metodologie tanto ampiamente condivisi da divenire standard diffusi5. Volendo evitare, per le ragioni sopra descritte, l’uso di formati proprietari, i cui limiti sono ben presenti alla maggior parte degli utenti6,
4 Oltre ad ArcheoServer (BONOMI et al. 2007, pp. 198-208) e a Open Record in Archaeology (FRONZA 2007, pp. 41-43), si segnalano iniziative degne di nota per lo sforzo di diffondere e rendere consultabili attraverso un web GIS le ricerche archeologiche nel mondo, dando spazio per notizie e interim reports, quali i «Fasti On Line» (www.fastionline.org) dell’International Association for Classical Archaeology (FENTRESS, DI GIUSEPPE c.s.), che è anche rivista elettronica (FOLD&R, Fasti On Line Documents & Research), il progetto Open Context (www.opencontext.org) dell’Alexandria Archive Institute (AAI) in collaborazione con l’Università di Chicago, le riviste elettroniche «Journal of International Intercultural Archaeology» (www.jiia.it) e «Groma» (www.groma.info/rivista). 5 Cfr. FRONZA 2007, p. 36. I Data Base Managing Systems (DBMS) più diffusi nel campo dell’archeologia sono Microsoft Access e Apple FileMaker, due software che lavorano entrambi “in locale” (client-side), ossia si installano su un terminale e lavorano su banche dati presenti su di esso. Il loro successo è dovuto, oltre alle elevate prestazioni, al costo relativamente basso di acquisizione e soprattutto alla semplicità di utilizzo. 6 Il limite maggiore di questi sistemi consiste proprio nella difficoltà di condivisione: trattandosi, infatti, di programmi che lavorano con dati presenti su un solo terminale, il loro utilizzo da parte di più utenti contemporaneamente (intranet) è difficoltoso, e generalmente poco diffuso (un simile limite risulta significativo se vi è la necessità di accedere alla banca dati da parte di più utenti contemporaneamente. Per rimanere in ambito archeologico, si pensi al caso dell’utilizzo di una banca dati che raccoglie diverse informazioni sul contesto stratigrafico da parte di differenti équipe: se i vari gruppi apportano modifiche alla banca dati, si creano seri problemi di coordinamento e aggiornamento della
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si è fatto riferimento a un’ampia serie di sperimentazioni di archivi online, in corso già da diversi anni (supra), basate sull’utilizzo di sistemi open source server-side, in grado di fornire una risposta valida sia dal punto di vista del costo delle licenze degli applicativi, sia da quello dell’immagazzinamento sicuro del dato, portando a sviluppi significativi non solo nella gestione, ma anche nella metodologia stessa di lavoro in rete tra le varie équipe coinvolte nei progetti di ricerca. L’archiviazione dei dati di Albinia si basa quindi su sistemi server-side, che garantiscono innanzitutto una prima efficace soluzione al problema della sicurezza dei dati: salvano infatti gli archivi su macchine esterne, i server, collegate ai terminali degli utenti attraverso il web. Anche lo stesso applicativo database viene installato sul server, rendendo in questo modo la visualizzazione e la modifica dei dati immediata per ciascun utente, senza che egli debba installare sulla propria macchina software aggiuntivo. Riguardo ai costi, premettendo che i sistemi proprietari sono piuttosto costosi (ad esempio Oracle, http://www.oracle.com), è comunque vero che in questo campo è ormai affermata l’esperienza dei progetti open source – come MySQL e PostgreSQL7 – che si propongono come estremamente competitivi e comportano non solo i vantaggi di essere server-side, ma anche la possibilità per un numero indefinito di utenti di consultare contemporaneamente gli archivi via internet, sia in modalità lettura, sia in lettura-scrittura. Questo fa sì che gli aggiornamenti eseguiti da un utente siano immediatamente disponibili e utilizzabili da tutto il gruppo di lavoro, che si trasforma così in un network di ricerca. Il sistema di accesso gerarchico multilivello assicura poi a tutte le tipologie di utenti la disponibilità delle differenti tipologie di dati secondo il loro profilo (dal semplice lettore all’amministratore). ERIKA VECCHIETTI
medesima). Un secondo e non minore limite è quello degli aggiornamenti del software. Attraverso accorte politiche di mercato le varie software house hanno infatti sovente costretto i clienti ad acquistare le versioni più recenti degli applicativi, fornendo continuamente nuove release non più compatibili con le precedenti. Terzo limite è la sicurezza dei dati: i sistemi locali sono maggiormente esposti ai rischi di perdita dei dati e danni fisici a un terminale possono portare alla parziale o totale perdita dei dati raccolti. 7 Sulla scelta tra MySQL e PostgreSQL cfr. MACCHI JÀNICA et al. 2007, p. 150. Utilizzano PostgreSQL, oltre al caso dell’Atlante dei Siti Fortificati della Toscana (MACCHI JÀNICA 2006), il progetto P.I.C.A., Portale Informatico Culturale delle Alpi Occidentali (DEMARCHI et al. 2006, IID. 2007) e i web GIS dell’età del Bronzo in Italia settentrionale (BONOMI et al. 2007, pp. 209-214) e della Spina Verde di Como (ALIVERNINI et al. 2007), tutti e tre finalizzati alla diffusione di dati individuati sul territorio.
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Caratteristiche tecniche
Dal punto di vista delle tecnologie utilizzate, il sistema di archiviazione di Albinia (Figg. 7-8) si basa su BraDypUS (http://www.bradypus.net, BOGDANI, VECCHIETTI 2008), un pacchetto software che utilizza come motore di memorizzazione un database relazionale open source e server-side qual è MySQL8. BraDypUS è scritto in PHP, un linguaggio di programmazione libero e open source anch’esso di larghissima diffusione, in virtù della quale viene garantita una costante stabilità nel futuro. I costi di sviluppo sono inoltre tenuti bassi attraverso l’impiego programmatico nella costruzione del sistema di software e librerie gratuite. Agli utenti non si richiede l’installazione di alcun software nel proprio terminale: per consultare una banca dati è infatti necessario disporre solo di un comune web browser: attualmente il sistema è compatibile con tutti quelli più diffusi (MS Internet Explorer, Opera) ed è stato testato con successo con Safari e Google Chrome, anche se viene raccomandato l’uso di Mozilla Firefox. Collegata a sistemi GIS o a interfacce per la navigazione web (ambienti virtuali, modelli tridimensionali, ecc.), questa architettura di banche dati online non è solo un ausilio per la ricerca e la didattica archeologica, ma può costituire un efficace sistema di censimento, monitoraggio, salvaguardia e valorizzazione del patrimonio archeologico (Fig. 9). La soluzione al caso, assai frequente, della mancanza della rete durante una o più fasi del lavoro, in particolare nella fase di acquisizione dati sul campo, consiste nell’implementazione di una serie di pacchetti hardware e software preconfezionati e ready-to-use, in grado di creare una rete locale alla quale è possibile connettersi in modalità LAN o WLAN (con cavo di rete o in modalità wireless protetta), nella quale sono già attivi tutti i pacchetti software necessari per il lavoro sulla banca dati. Dal punto di vista hardware, le strumentazioni più adatte, in particolare per l’utilizzo sul campo, sono i nettop o i desktop computer di piccole dimensioni e peso ridotto (intorno a 1 kg), collegati a un router wifi. L’utente finale deve solamente connettere alla presa elettrica il dispositivo: il tutto è configurato in modo che i vari server lavorino in autonomia e in modalità automatica e non ci sia bisogno di alcuna configurazione, né installazione di particolari applicativi sui terminali dei singoli utenti.
Lo stesso sistema (MySQL, con interfaccia web PHP MyAdmin) viene utilizzato nel caso di Villa di Villa a Cordignano (TV), illustrato in BEZZI et al. 2007, in particolare pp. 233-240, e nel progetto «Fasti On Line» (www.fastionline.org). MySQL è attualmente uno dei migliori e più veloci database relazionali open source disponibili e presenta il vantaggio di essere diventato con il tempo di gran lunga il più usato sulla rete internet, poiché largamente utilizzato nella creazione dei siti web dinamici. Questa capillare diffusione garantisce al sistema stabilità e compatibilità dei dati anche nel futuro, a costi di gestione decisamente ridotti.
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Figg. 7-8 - Interfaccia della banca dati accessibile online dedicata allo scavo di Albinia (maschere di modifica e di ricerca).
In questo modo, in automatico viene creata una rete wifi protetta, sulla quale sono attivi tutti gli altri necessari pacchetti software: il web server, il database server, il file server, l’ftp server, ecc. La versione locale permette infatti di usu-
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Fig. 9 - Schema dell’architettura del lavoro server side.
fruire anche delle funzionalità di un file server per la condivisione sulla rete di file e cartelle. Questo spazio comune di lavoro permette di allargare la collaboratività non solo alla banca dati ma anche agli altri documenti creati nel corso di una campagna (ad esempio rilievi e riprese fotografiche); infine, questo spazio condiviso può essere utilizzato anche per eventuali backup. La versione locale della banca dati è inoltre dotata di alcune funzionalità aggiuntive che permettono di eseguire backup completi dei dati e delle impostazioni generali. Se infatti nella versione online la gestione del server e la sicurezza dei dati sono gestiti centralmente, nella versione locale è cura degli utenti assicurarsi di avere sempre una copia di sicurezza del proprio lavoro. Backup e ripristino sono gestiti in modo semplificato e guidato direttamente all’interno di BraDypUS. Sempre da interfaccia e in modo quasi interamente automatico e guidato viene gestita anche la sincronizzazione dei dati tra macchina locale e web, in modo da garantire la possibilità di tenere sempre aggiornate entrambe le versioni. JULIAN BOGDANI
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